Qualche settimana fa, sulle pagine di questo quotidiano, Giuseppe Voza, Soprintendente emerito di Siracusa, cui l'archeologia siciliana deve sicuramente molto, si soffermava sul ruolo delle Soprintendenze siciliane e su una possibile, auspicabile, rifocalizzazione della loro missione. Non v'è dubbio che la missione tecnico-scientifica delle Soprintendenze, come stabilita dalla legge, è la condizione base per un'efficace azione di gestione, tutela e promozione del patrimonio culturale. Come non v'è dubbio anche che organi così delicati come le Soprintendenze debbano sempre rimanere estranei a ogni impulso politico che spesso rischia di alterare natura, funzioni, equilibri. Nonostante ciò, accade che la politica, talvolta priva di visione strategica, possa interferire e determinare così l'alterazione di valutazioni, osservazioni, indicazioni, prescrizioni che una SOpRINTENDENZA deve invece poter dare mantenendo, sempre, entrambe le mani libere. Sono aspetti sui quali tutti siamo d'accordo. È però sbagliato - io credo - pensare che la soluzione per ristabilire il giusto ruolo e l'ideale missione delle Soprintendenze possa essere data dall'immissione di nuovo personale qualificato. Per diverse ragioni: una fra tutte, perché la spending review e il mancato turn over non permetteranno, almeno per un po', nessun grande cambiamento. E poi, perché, l'immissione di poche unità di personale, magari dove c'è meno esigenza, non potrà favorire un tempestivo ripensamento e una nuova missione della SOpRINTENDENZA, quasi che poche nuove persone siano portatori di pozioni magiche. Quale soluzione allora? Voza teme chiaramente che continuando di questo passo si rischi di creare uno spartiacque tra chi fa tutela e chi fa ricerca; teme, in altri termini, che la ricerca e lo studio vero e proprio possano passare definitivamente alle Università, agli Enti di ricerca e ai privati e che alle Soprintendenze resti la "semplice" tutela. Quasi che le Soprintendenze, in tale visione, fossero destinate a rimanere col "cerino in mano". Una soluzione deve essere trovata e forse vi si può giungere se proviamo a "forzare" i meccanismi di chi opera oggi in una SOpRINTENDENZA o in Parco archeologico siciliano (e non solo, ovviamente). Se proviamo cioè a far capire (alle vecchie ma anche giovani generazioni) che il miglior modo di ripensare la missione di una SOpRINTENDENZA deve essere quello di ripensare il modo di gestire il bene culturale che si sta tutelando, che si è scavato, etc., che ha spesso creato, negli anni, una barricata più o meno alta generando, inevitabilmente, due sponde opposte su cui sono rimasti schierati, come veri antagonisti, chi fa formazione e ricerca (università e centri di ricerca) e chi fa tutela e ricerca (le Soprintendenze). Provo a dirlo ancora più chiaramente: chi fa tutela e ricerca nella SOpRINTENDENZA o in un Parco archeologico è spesso assalito da scadenze, da eccessi di burocrazia, da scavi d'emergenza, da pareri, da nulla osta, che inevitabilmente riducono il tempo a disposizione per fare vera ricerca. Ciò comporta inevitabilmente rallentamenti; accade così che scavi, materiali, su cui si sono investite anche considerevoli risorse finanziarie pubbliche restino inediti e che i reperti rimangano depositati nei magazzini dei nostri musei per anni e anni in attesa di studio. Passa, in genere, la seguente regola: non riesco a farlo io, ma non posso passare tutto ad altri. Meglio, allora, non fare nulla. Possiamo, forse, negarlo? Quanti scavi nella nostra Sicilia restano ancora oggi inediti dopo decenni e decenni di attività? Su quanti straordinari materiali "dimenticati" nei magazzini di un museo vige ancora oggi il veto dello scavatore che magari ha scavato 20 o 30 anni fa, oggi è in pensione e non ha più il tempo e la voglia di pubblicare? Negli anni è capitato di sentirmi dire questo come mi è anche capitato di ricevere inviti a collaborare da chi per anni e anni si è sempre opposto alla collaborazione e ora, in avanzata pensione, prova a pensarla diversamente. È dunque, un problema "politico". Ma stavolta non si tratta della politica degli Assessorati; piuttosto della "politica" di chi opera nelle Soprintendenze. Come ho sostenuto in recenti contributi, credo che nel campo in cui operiamo sia più che mai necessario individuare forme di dialogo e di interazione che camminino su binari diversi di una linea ferrata a più diramazioni che deve congiungere però realtà diverse all'interno delle quali più attori debbano giocare ciascuno un proprio specifico ruolo. Così l'archeologo della SOpRINTENDENZA che ha scavato uno specifico contesto archeologico ha tutto il diritto di mantenere la propria titolarità, ma dovrà necessariamente contare su altri aiuti che altre figure gli metteranno a disposizione e che gli serviranno per consolidare aspetti di una medesima ricerca. Ognuno poi, è evidente, proverà a trarre per sé informazioni di diversa natura, funzionali cioè alle proprie ricerche sulla cultura e sulla società indagata; altre figure di specialisti, ancora, mettendo a disposizione le loro competenze offriranno un servizio di conoscenze altrimenti non ricavabile. È, dunque, solo con questo mutuo scambio di conoscenze e questa costruttiva forma di dialogo tra saperi e attori diversi che la ricerca diverrà davvero condivisa e non sarà più prerogativa esclusiva dell'una o dell'altra parte. Questo sistema - ne sono consapevole - può reggere se ciascun attore sarà in grado di dominare il proprio ruolo all'interno dello spazio di manovra a lui assegnato e che lui stesso avrà accuratamente delimitato. Basta, ahinoi!, che un ingranaggio di un sistema così delicato non funzioni perché la ricerca si blocchi, perché tutto si areni, perché intervengano veti incrociati, perché, insomma, si mandi tutto all'aria. Ma le colpe non stanno tutte da una parte, sia chiaro. Capita spesso che l'atteggiamento dell'archeologo che opera nelle Università e nei Centri di Ricerca sia quello di chiedere per avere ed ottenere tutto subito e presto. Chiedere, cioè, ai colleghi delle Soprintendenze di prendere visione di materiali da loro scavati senza curarsi dell'interesse specifico che lo scavatore ha per quel contesto. Nulla di più sbagliato. Tutto ciò è causa, ancora una volta, di rallentamenti alla ricerca, di incomprensioni o di blocchi totali che nuocciono grandemente ai progressi della ricerca stessa. Superare difficoltà di questo tipo, credo, potrà allora avvenire solo se chi sta appollaiato su una sponda provi a guadare il fiume e vada a prendere posto dall'altra parte e viceversa. Insomma, il vero nodo sta nella saggezza delle persone. Ben venga allora un ripensamento della funzione e della missione delle Soprintendenze oggi da concepire come unità operative "aperte e miste" che, a latere della gestione tecnico-amministrativa del patrimonio loro affidato, prevedano poli di interscambio e di collegamento consolidati con le Università e con i centri di ricerca che operano nel territorio. Al di là delle singole e temporanee convenzioni, limitate nel tempo e spesso fondate su singoli progetti di breve termine. Insomma, in Sicilia, se vogliamo possiamo cominciare a mettere su quei "policlinici del patrimonio" pensati qualche anno fa da Andrea Carandini e che potrebbero diventare oggi la soluzione per far sedere attorno ad un tavolo, docenti, ricercatori, funzionari, tecnici, tutti uniti dall'interesse a far progredire ricerca e conoscenza ottimizzando risorse personali e finanziarie, utilizzando laboratori tecnologici comuni, condividendo progetti di lungo respiro e protratti nel tempo, spezzando finalmente quella catena di corporazioni settarie che oggi, proprio in tema di beni culturali, non ha più alcun senso sostenere. Direttore Istituto per i beni archeologici e monumentali, Cnr, Catania 11012015