Alle pendici dell'Etna, nei pressi di Adrano, un baluardo dell'identità siciliana prima dell'arrivo dei Greci La più grande città indigena della Sicilia antica è ancora senza nome. L'ultimo baluardo dell'identità isolana prima dei Greci si trova alle pendici dell'Etna, nei pressi di Adrano. In una contrada dall'epiteto suggestivo: Mendolito. Terra di mandorli. Terra fertile che nella metà del VI secolo a. C. era abitata da una comunità coraggiosa che si difese, anche culturalmente, dai Greci che colonizzavano la Sicilia orientale. E fu proprio per proteggersi dall'avanzata greca che la città Sicula innalzò le sue poderosa mura di pietra lavica tutt'intorno al suo abitato esteso oltre 80 ettari e rafforzò la porta di ingresso sud con due torrioni. Un sistema difensivo che permise a questi Siculi di salvare la propria etnia, le proprie tradizioni. A distanza di oltre 2.500 anni, Mendolito è una terra da scoprire. Una città ancora da portare alla luce. Il primo ad accorgersi della straordinaria valenza di questo sito immerso nelle campagne fu Paolo Orsi che qui, nel 1898, seguì Petronio Russo, un prete che faceva dell'archeologia la sua più grande passione e che dedicò la sua vita alla ricerca dell'antico territorio di Adrano. Orsi morì prima di poter avviare una campagna di scavi ma descrisse, con meraviglia, quel che aveva compreso osservando i primi resti di un insediamento indigeno che chiamava "la città Sicula di Mendolito". Fu poi Paola Pelagatti a scavare, negli anni '60, sulla scorta delle parole scritte da Orsi nei suoi taccuini. Vennero così alla luce i primi due rinvenimenti straordinari: la Porta sud e la più lunga iscrizione anellenica (cioè nella lingua degli indigeni) pubblica finora mai scoperta. Nel 1988, la SOpRINTENDENZA di Catania subentrò alla tutela del sito dapprima di competenza della SOpRINTENDENZA di Siracusa e affidò le indagini all'archeologa Gioconda Lamagna che diresse varie campagne di scavo sino all'ultima, nel 2009, ancora oggi in fase di pubblicazione. Furono proprio queste analisi a far meglio comprendere i tratti distintivi di una società complessa, forte, coraggiosa e ricca anche artisticamente. «La città delle contrade Mendolito è il centro abitato simbolo della civiltà Sicula - dice l'archeologa Lamagna - cioè di quella popolazione di origine Italica che abitava alle pendici del Vulcano. Una comunità che volle distinguersi dai Greci ormai protagonisti della Sicilia orientale, e volle evidenziare la propria diversità dalla civiltà greca come mostra in maniera inequivocabile l'iscrizione della Porta Sud. Una lunga fila di lettere ancora da decifrare ma che era posta alla destra dell'ingresso, ad altezza d'uomo, quindi visibile a tutti coloro che entravano in città. Un'iscrizione che tutti, dunque, avrebbero dovuto leggere che doveva essere un'autocelebrazione della città stessa». Gli abitanti di questa sorta di roccaforte conservano usanze tipiche dell'Italia meridionale da cui i Siculi provenivano come, appunto, la posizione dell'iscrizione e alcune tradizioni funerarie. «Abbiamo rinvenuto tracce delle sepolture infantili a enchitrismos, ovvero all'interno di vasi - prosegue l'archeologa -. Come accadeva in alcuni centri dell'Italia meridionale e non in Grecia, dunque, i feti e i bambini che non avevano compiuto ancora i 3 anni venivano sepolti all'interno di queste forme vascolari: un tratto distintivo di una comunità che mostra con evidenza come questa città avesse conservato tracce del suo passato e volesse ancora mantenerlo». Una società di un'epoca ancora senza monete che utilizzava il bronzo anche come materiale di scambio. È questa un'interpretazione degli studiosi legata a un altro rinvenimento straordinario: un Ripostiglio. Fu Orsi con grande difficoltà a recuperare questo tesoro trovato da un contadino nel 1908 dentro un grande vaso. L'uomo lo aveva già in parte venduto ma l'archeologo di Rovereto riuscì, piano piano, a ricomprarlo: oltre 900 kg di bronzo. Lingotti, lance, cinturoni e poi ancora fibule, pendagli. Un tesoro che riempie un'ala del Museo archeologico di Siracusa, intitolato a Paolo Orsi che riuscì a riportare alla luce la Sicilia antica. E tra le vetrine del Museo di Siracusa, oggi diretto proprio da Gioconda Lamagna, si trovano anche altri reperti di Mendolito tra cui la celebre iscrizione in pietra che gli studiosi di tutto il mondo tentano ancora oggi di decifrare. Qui si trova, l'una accanto all'altra, la concezione dell'arte Sicula e quella Greca. Nella stessa vetrina sono esposti infatti due guerrieri, due piccole statue in bronzo: una opera di un artigiano Siculo con un cinturone simile a quelli rivenuti nel ripostiglio; l'altro, di fattura greca e dunque di età più tarda che riecheggia lo stile di Pitagora di Reggio ed è noto come il Bronzetto (o Efebo) di Adrano. Un capolavoro di cui Orsi si era innamorato e che aveva acquistato proprio da Petronio Russo; lo teneva gelosamente nella sua direzione e lo mostrava, con orgoglio, a pochi eletti. «Due diversi modi di intendere l'arte - dice l'archeologa Lamagna -, due diverse concezioni plastiche, entrambe di immenso valore. Il guerriero che ha combattuto la sua battaglia e ha ancora in sé l'energia, l'adrenalina». L'ultimo scavo a Mendolito svela un altro modus vivendi della comunità Sicula legata al cibo, alla quotidianità. «Abbiamo ritrovato una grande casa - dice Gioconda Lamagna - con muri elevati sino al soffitto e che dovevano essere protetti da un pesante tetto di tegole e decorato da antefisse. Un magazzino come svela la presenza di vasi a terra, sulla banchina che lo costeggia su tre lati e probabilmente anche appesi. Vasi che custodivano derrate alimentari e che erano dunque una sorta di deposito per più famiglie, certamente nobiliari. Gli scavi hanno anche accertato il crollo del tetto, forse per un terremoto». Nessuna certezza sulla fine di questa città fortificata e sulle fattezze urbanistiche, oltre che sulle sue aree sacre e luoghi di ritrovo. Tutto è ancora nascosto sotto gli agrumeti e le campagne di Mendolito che celano un tassello fondamentale per la comprensione della civiltà Sicula prima dell'arrivo dei Greci. Ma Mendolito custodisce in sé un altro grande elemento che connota, da sempre, questo scorcio della Sicilia: il legame millenario tra uomo e Vulcano. «L'archeologia ai piedi dell'Etna è quella della pietra lavica - dice Gioconda Lamagna - che è possente ma difficilissima da lavorare come mostrano le mura e le case di Mendolito. Qui, come negli altri centri abitati alle pendici della Montagna, si mostra con straordinaria evidenza il rapporto tra uomo e Etna». La città senza nome racchiude in sé la forza che lega l'uomo alla natura. Il mistero che lega il territorio al suo Vulcano. Mendolito è l'emblema della vita ai piedi dell'Etna che dà e toglie. La montagna che rende fertile la terra e poi, facendola sussultare o ricoprendola di fuoco, la distrugge. Per poi farla rinascere ancora. 11012015
La Sicilia
11 Gennaio 2015
SICILIA - La più grande città indigena della Sicilia antica è ancora senza nome
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Isabella Di Bartolo
La Sicilia
Artista / Persona
Bene culturale
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