LA VANGA affonda nel terreno quel tanto che basta per scalzarlo un po': per i dizionari di agronomia è il rincalzo, per i panormìti della Conca d'Oro è u n'casciuni. Serve a ridare ossigeno al terreno e a rinsaldare le giovani piantine di fava piegate dal vento. Luigi Rotondo, 49 anni, manovra con grazia l'attrezzo. Si vede che all'agricoltura c'è arrivato gioco forza. Di professione serigrafo, da quando ha avuto in consegna dal suocero quel mezzo ettaro di frutteto a fondo Micciulla è stato contagiato dalla febbre verde. S'è messo a studiare, poi ha setacciato le campagne residue della circonvallazione alla ricerca degli ultimi contadini. Ogni giorno carpiva loro un segreto ed oggi quegli stessi anziani agricoltori lo guardano con ammirazione perché è il depositario di una cultura contadina che sta scomparendo. Siamo al di là della circonvallazione, quella striscia di asfalto che è la Linea Maginot dei palermitani e che ancora segna il limite di ciò che resta di coltivabile in città. La circonvallazione è ad appena duecento metri, ma in questo vecchio fondo compreso tra le vie Nave e Altarello pare di essere in un altro mondo. Qui, dove i nespoli sono alti fino a cinque metri, al di là dei firriati, è un groviglio di alberi fruttiferi che danno un senso all'affermazione dello studioso Bevilacqua che definì la Conca d'Oro «il luogo del mitico e antico predominio degli alberi». Si cammina per un'ora fra aranci "Portogallo", limoni, nespoli, mandarini, gelsi, meli, peri, susini, peschi, loti, noci e perfino ciliegi. Poi dalla marea verde sbuca improvvisamente la cima di una montagna aguzza: monte Cuccio sembra un vulcano spento, quasi un duplicato dell'Etna, con intorno campagne fertilissime. Rotondo è diventato bravissimo a innestare, vero capolavoro di maestria dei contadini d'un tempo. «Attualmente dice - sto lavorando a un innesto di quattro specie su un mandorlo. Avremo quattro frutti diversi in pochissimo spazio. E' così che facevano i nostri nonni». E se il portainnesto è un mandorlo durerà più a lungo. Oggi i peschi usati come porta innesti hanno vita brevissima. Ma il pregio del fondo è costituito dall'alta biodiversità. «Tante specie prosegue Rotondo garantiscono un equilibrio difficile da aversi con la monocoltura, più esposta ad attacchi infestanti e di parassiti». Ed ecco comparire perfino il ciliegio. Il ciliegio? Ma non fa troppo caldo? «Basta metterlo ai piedi di un alto nespolo, così gli garantisce fresco». C'è il mandarino "Havana" che un tempo si chiamava "Palermo" e ci sono nespoli spontanei. I contadini di una volta li lasciavano crescere e così venivano fuori nuove varietà. Più avanti è l'orto con le rape, le bietole, i broccoli, e gli altri prodotti. Il terreno basta per la sua famiglia che in realtà è alquanto dilatata. Spuntano parenti fino al quarto grado a usufruire dei prodotti e quel che resta viene ceduto in cambio di servizi. L'acqua è quella del Gabriele, il "Garbel" degli arabi, oggi proprietà dell'Amap. Un tempo era acqua dei La Mantia, dei Saitta, dei La Scala. «E se è ancora possibile questa agricoltura dall'alto costo del lavoro e dal basso reddito è perché i contadini hanno mantenuto la possibilità di avere l'acqua senza pagarla» dice Tommaso La Mantia, ricercatore della facoltà di Agraria. Chiamatela pure agricoltura residuale, se volete. Ma è quella che ha permesso di mantenere attivo un fondo vincolato dalla Soprintendenza per la presenza dei qanat, canali scavati dagli arabi secoli fa e ancora attivi. Un po' più avanti Nino La Mantia (qui si chiamano tutti così, come la campionessa europea di triplo Simona, il cui nonno Ignazio, era proprietario di giardini) illustra la bellezza del limone Lunario. «Si chiama così perché fa fiori ad ogni luna nuova, dunque ci sono limoni ogni mese. Gli inglesi impazziscono per questo limone, è l'ideale per il tè». Oggi, come secoli fa, non si usano concimi chimici, ma solo letame. Trovarlo non è facile perché gli allevamenti sono ormai fuori città e costa pure caro comprarlo e trasportarlo. Un tempo però le nostre campagne erano alimentate con la spazzatura di città. Un compostaggio continuo che riguardava non solo gli avanzi delle case ma anche gli scarti della macellazione. E la terra ringraziava. Era il modello Conca d'Oro. Che sopravvive, nonostante il cemento che è avanzato al ritmo di 80 ettari l'anno.
Il giardino delle delizie nel lembo di Conca d'oro sopravvissuto al cemento
Luigi Rotondo, un 49enne agricoltore, lavora nel fondo Micciulla, una zona agricola a Palermo. Egli è un maestro dell'innesto e ha studiato la cultura contadina che sta scomparendo. La Conca d'Oro è un'area fertile con una alta biodiversità, dove si coltivano frutti, ortaggi e legumi. I contadini utilizzano letame come concime e non utilizzano concimi chimici. La zona è protetta dalla Soprintendenza per la presenza dei qanat, canali scavati dagli arabi secoli fa. Rotondo lavora con la sua famiglia e i suoi parenti, che utilizzano il fondo per la sua famiglia e lo condividono con gli altri.
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