QUANDO a seguito di due provvedimenti legislativi (la legge 80 del 1976 e la 116 del 1980) la Regione avocò a sé la gestione diretta del Beni culturali, quel passaggio sembrò recepire positivamente una delle esigenze emerse nel dibattito: quella di un decentramento in grado di potenziare la valorizzazione di un patrimonio tanto ingente quanto capillarmente diffuso in un territorio con cui finiva quasi per coincidere. ERANO gli anni del resto in cui musei, borghi e città venivano proclamati "petrolio d'Italia", con una espressione di facile presa ma ugualmente ambigua nel lasciare indeterminata la linea di demarcazione tra tutela da una parte e sfruttamento economico dall'altra, tra la conoscenza di un'area archeologica di un museo o di un sito naturalistico e la sua capacità potenziale di generare ricchezza. A distanza di un trentennio, e nonostante alcuni tratti fortemente positivi (soprattutto riguardo l'istituzione di parchi e riserve naturali) quel passaggio dallo Stato alle Regione mostra il suo fallimento: non solo per l'evidente defaillance gestionale, ma soprattutto perché il meccanismo della autonomia ha finito, in particolare nell'ultimo quindicennio, con l'aumentare pressione e ingerenze di interessi locali di cui la politica ha assunto il ruolo di mero portavoce. Con l'arroganza che le è propria, come dimostra il caso della Soprintendente di Siracusa Beatrice Basile, rimossa nei mesi scorsi e adesso reintegrata dalla magistratura nelle sue funzioni, in attesa che il provvedimento divenga effettivamente operativo. Per molti aspetti, la devoluzione alla Regione da parte dello Stato dal Ministero dell'Istruzione prima e poi, dalla sua istituzione nel 1975, dal Ministero dei Beni Culturali ha sostanzialmente aggravato, alimentandola, quella autoreferenzialità che è uno dei mali endemici dell'isola e della sua storia culturale e istituzionale. Senza nulla togliere al valore e alla competenza dei funzionari regionali, la gestione diretta dei Beni culturali ha per esempio interrotto quel flusso di apporti da altre realtà, esperienze, metodologie, che in passato aveva condotto in Sicilia personalità fondamentali per lo studio, la conoscenza e la tutela del patrimonio isolano. Qualche nome: Roberto Salvini, fiorentino, a cui devono contributi fondamentali sul chiostro di Monreale; Giovanni Carandente, napoletano, che negli anni Cinquanta allestì a Messina insieme a Carlo Scarpa la grande mostra di Antonello; Luigi Bernabò Brea, genovese, vero nume tutelare della archeologica eoliana; Margherita Asso, veneziana a cui si deve il primo atto di tutela integrale di una realtà urbana, sia pure particolarissima quale Venezia, il cui operato palermitano dal 1975 ebbe un ruolo importante per l'azione di salvaguardia del centro storico; Giuseppe Voza, campano, che ha dedicato tanta parte della sua attività di studioso alla antica Siracusa. Spezzato questo sistema vitale di confronti, costretti alla circolarità interna al medesimo circuito amministrativo e politico e alla contiguità con i governi, soprintendenti e funzionari sono stati non di rado isolati, fatti ruotare da un potere rapace secondo spoil system sempre più vorticosi, addirittura rimossi, come è accaduto a Beatrice Basile, messi a tacere quando la distribuzione delle (poche) risorse privilegiava scandalosamente interessi clientelari e feudi elettorali (qualche anno fa una somma ingente venne destinata al restauro della Chiesa Madre di Raffadali, lasciando al palo cantieri di fondamentale importanza). L'ennesimo frutto avvelenato dell'autonomia e dei suoi interessati equivoci: nel momento in cui la persistenza stessa dello Statuto è posta forse per la prima volta seriamente in discussione, e nonostante anche a livello nazionale la situazione dei Beni culturali sia gravida di incognite, sarebbe il caso di prendere atto del fallimento, e, a nostra volta, devolvere allo Stato quelle prerogative che la Regione non è stata capace di adoperare virtuosamente.
IL DISASTRO BENI CULTURALI PARADIGMA DELL'AUTONOMIA
La Regione ha avocato la gestione dei Beni culturali dal 1976, ma questo passaggio ha fallito a causa della defaillance gestionale e dell'aumento di pressione e ingerenze di interessi locali. La gestione diretta ha interrotto il flusso di apporti da altre realtà e ha privato la Sicilia di esperienze e metodologie importanti. La Regione ha anche favorito l'autoreferenzialità e la contiguità con i governi, soprintendenti e funzionari, che hanno spesso favorito interessi clientelari e feudi elettorali. Il fallimento della gestione regionale dei Beni culturali è stato evidenziato nel momento in cui la persistenza stessa dello Statuto è posta in discussione.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo