«TUTTA l'esposizione è concepita come un "esodo" una migrazione dei saperi e dei poteri, un processo di liberazione ed emancipazione dal pensiero contemporaneo a favore di uno spazio unico dove proporre alternative ai valori sociali e culturali stabiliti», si legge nell'introduzione alla mostra, aperta al Maxxi fino al 24 maggio, dell'artista francese di origine cinese Huang Yong Ping. E se non vi sembra del tutto chiaro, ancor meno capirete visitando l'esposizione disseminata di corpi di povere bestie senza teste ma anche, per par condicio, di musi senza corpi. Ci accoglie un cammello inginocchiato su un tappeto da preghiera con un ferro da calza infilzato nel naso e il celebre passo tratto dal Vangelo secondo Matteo che recita dell'animale, della cruna dell'ago, dei ricchi e del regno dei cieli scritto sul fianco. L'opera, ci spiegano con enfasi, è «una complessa riflessione sulla storia delle religioni, veicolandone i valori metafisici attraverso la materialità del linguaggio adottato ». Siamo sicuri? Il punto è che c'è un mostro che si aggira nei musei d'arte contemporanea: la tassidermia. Se la pratica di imbalsamare gli animali serviva a scopi scientifici e creava le raccolte dei musei di storia naturale, oggi attira la più banale necrofilia e l'inconfessato sadismo ammantato da ottimi propositi (addirittura metafisici!) dei cosiddetti artisti. E infatti anche nelle due, pur belle mostre allestite nello stesso museo, dedicate ai new media in Corea e agli ultimi cinquant'anni in Iran, ci si imbatte in una sperduta capra bardata come un idolo e in un agghiacciante cimitero di uccellini. Però, in questo caso, c'è anche altro. Per fortuna. L'esposizione dedicata alla Corea si chiama The future is now (aperta fino al 15 marzo) e raccoglie 41 opere di 33 artisti. Ci sono i pionieri come Nam June Paik e Park Hyunki, che affascina tenendo insieme la tecnologia del video e il primordio custodito nei sassi. È poetica la memoria dei cassetti-monitor di Yook Taejin, ma anche la proiezione su Mullwhack ( un recipiente di pietra usato per ospitare pesci o fiori galleggianti) di Kim Changkyum. Il video di Kimsooja ci trasporta in un mondo femminile in cui si tessono fili colorati. Da non perdere è l'installazione di Kim Kichul, un piccolo tempio ipertecnologico che ha come divinità un elemento naturale, la pioggia. Salendo al piano successivo del museo cambia il clima. Ecco Unedited History. Iran 1960 2-014 ( fino al 29 marzo): 200 opere tra foto, video, manifesti, installazioni, dipinti, collage per raccontare un paese passato dalla dittatura dello Scià e da un processo di "occidentalizzazione" alla rivoluzione islamica. La mostra è bellissima perché mette il visitatore nella condizione di farsi delle domande. Le prostitute fotografate da Kaveh Golestan, la guerra che i film di Morteza Alvini interpretano, paradossalmente, come pura riconciliazione e ritorno alla natura, il proliferare di volti di martiri e soldati e poi di teste velate, ma anche lo scavo di ciò che potrebbe apparire marginale, oppure l'indagine di un evento come il Festival delle Arti di Shiraz Persepolis, contestato perché voluto da Farah Diba, ma spazio in cui passano da Grotowski a Peter Brook, sono solo alcuni capitoli di questa storia riemersa dalla memoria. Come la stupefacente installazione di Chohreh Feyzdjou che ha classificato e conservato, prima di morire a soli 40 anni, tutte le sue creazioni in contenitori e cassette. Oggi questo de profundis parla del tempo che passa, di quello che si dimentica e di ciò che ritorna. Emozionante.