Se Venezia muore (Einaudi, 2014) di Salvatore Settis non è soltanto un racconto appassionato e raffinato della fine della città sulla laguna, ma anche il compendio e l'anticipazione del declino e consunzione del nostro vivere da cittadini. Alcuni dei pochi veneziani rimasti a vivere nel centro storico hanno in animo di celebrare fra non molto il funerale di Venezia portando a spalla una bara fino al Municipio, dove alberga il sindaco che non loro ma gli abitanti della più popolosa terraferma di fatto eleggono. Venezia muore perché gli abitanti hanno dimenticato la propria storia, non sanno più chi sono, non hanno sentimento della propria dignità di comunità unica accanto e insieme ad altre comunità. Lente e malferme, ma inesorabili, sono calate sulla città grazie alla generale e colpevole indifferenza, le tenebre dell'oblio. Muore nell'illusione che "la bellezza salverà il mondo", come se la bellezza fosse una dea benefica che interviene per salvarci dalla nostra follia e non un bene da amare e coltivare e proteggere e dunque serbare viva e capace di raffinare il nostro vivere. Pericle nel suo elogio della democrazia afferma che gli ateniesi amano il bello non che si abbandonano alla bellezza o la invocano. Muore perché non è più abitata da un popolo composto di persone che vivono nelle case, percorrono le vie, s'incontrano nelle piazze e nei mercati, frequentano i pubblici palazzi, condividono linguaggi, racconti, miti; ma è attraversata da orde di turisti: 600 per ogni residente. Muore perché non ha più anima, perché anima vuol dire "coscienza di sé e del mondo, principio di conoscenza, tribunale interiore, agente morale e razionale, guida di un operare secondo moralità", sapere "quale sia il bene da perseguire e agire conforme a esso nella polis". (pp. 13-14) Quando non ci sono più persone così la città diventa uno scenario funebre simile alle città che hanno subito un attacco nucleare che ha lasciato intatti soltanto gli edifici. Muore per effetto dell'avidità che per brama di denaro (per fare cosa, poi?) mette tutto in vendita. A firma di Calderoli, Berlusconi Tremonti, Bossi, Maroni, Brunetta, Fitto e altri statisti del medesimo calibro, il decreto legislativo n. 85 del 2010 ha permesso all'Agenzia del Demanio di diffondere gli elenchi dei prezzi dei beni pubblici, dall'Isola della Certosa all'Archivio di Stato. È non solo è una palese violazione dell'art. 9 della Costituzione che sancisce che la Repubblica "tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione", ma anche una vergognosa offesa al principio che Venezia, scrive bene Settis, "non ha prezzo: perché la città invisibile che intride ogni pietra dei suoi ponti e ogni goccia d'acqua dei suoi canali è una fitta maglia di relazioni, una potente trama di fatti e di gesti, di memorie e di parole, di bellezza e di storia". Muore consumata dalla corruzione politica che fa affluire le risorse destinate alla tutela del delicato equilibrio fra la città e la laguna nelle casse dei partiti. Il recente scandalo del Mose, il gigantesco progetto realizzato per proteggere Venezia dall'acqua alta, ha coinvolto un sindaco e un ex presidente della Regione Veneto ed ex ministro dei Beni culturali e ha inghiottito due miliardi di euro di costi aggiuntivi dovuti alla corruzione, dunque non più al passo coi tempi. E allora avanti con la devastazione dei palazzi storici per costruire terrazze panoramiche e scale mobili e ponti che non c'entrano nulla con la città e anzi la feriscono a morte. I miserabili alfieri del progresso sanno che non riusciranno mai a costruire opere paragonabili per bellezza a Venezia, e allora la distruggono prima possibile, svuotandola dei suoi cittadini e soffocandola con il cemento e l'acciaio. Oblio, indifferenza, avidità, mancanza di senso civico, corruzione politica, disprezzo per la Costituzione, follia modernizzatrice, invidia per la grandezza del passato sono i mali che affliggono, ove più ove meno, anche le altre città e la nostra Repubblica in generale. Ma con la città come spazio urbano e vita civile, muore anche la libertà politica, soprattutto nella forma che essa ha storicamente assunto in Italia, dove appunto nacquero insieme le città e la libertà repubblicana, come ci ha insegnato Carlo Cattaneo. La morte di Venezia è insomma la triste profezia, temo ineluttabile, della fine della libertà e della bellezza italiane.
La bellezza che non salverà Venezia
Il libro "Se Venezia muore" di Salvatore Settis descrive la fine della città di Venezia come un simbolo della decadenza della società italiana. Settis afferma che la città muore a causa dell'oblio e dell'indifferenza dei suoi abitanti, che hanno dimenticato la propria storia e non hanno sentimento della propria dignità di comunità. La città è anche consumata dalla corruzione politica e dalla devastazione dei palazzi storici per costruire opere moderne. Settis critica la politica modernizzatrice e il disprezzo per la Costituzione, che ha permesso la diffusione degli elenchi dei prezzi dei beni pubblici.
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