"Un miracolo», era stato il commento di Inge Feltrinelli durante i giorni del Lingotto, a proposito della Fiera del libro. E l'amministratore del gruppo, Giuseppe Antonini, le aveva fatto eco: «Una grande fiera. Organizzazione perfetta». È vero che proprio quest'anno la Feltrinelli aveva deciso un ampliamento dello stand, ma in generale i commenti sembravano improntati a valutazioni positive, anche da chi non aveva accresciuto l'investimento. Roberto Cerati, presidente dell'Einaudi: «Ho seguito una Fiera felice. I risultati, nostri e complessivi, li leggeremo. Ma quel che più conta è la magia che ha saputo diffondere. Come alle Olimpiadi è importante esserci». Di «magia», anzi di «momento magico», ci aveva parlato anche il direttore editoriale di Rizzoli, Paolo Zaninoni. Sembravano tutti contenti, lunedì 9 maggio, alla fine della diciottesima edizione. Sembravano, o si trattava di un'allucinazione collettiva? Secondo Panorama, infatti, l'armata del libro è tornata a casa in preda a crisi di mugugno. Nel numero oggi in edicola Roberto Cotroneo scrive che la Fiera, nonostante gli oltre duecentomila visitatori, e l'attenzione straniera anche al mercato dei diritti, comincia a scricchiolare. Torino è «decentrata e un po' sonnolenta», e editori come Mondadori, Feltrinelli e Rizzoli, Longanesi, Adelphi «hanno cominciato a prendere coscienza che la Fiera gli costa moltissimo». Tanto varrebbe portarla a Milano o farla diventare itinerante. Anche perché «non basta il numero di visitatori a renderla una manifestazione importante. Al punto che i grandi editori non trovano più molti motivi per andarci», prosegue la requistoria, mentre «i giornali importanti, che prima mandavano molti inviati a Torino, ora mugugnano e cercano di dare meno spazio possibile». Davvero? Alla Fiera fanno notare, un po' scandalizzati, un po' divertiti, che loro non hanno avuto la stessa impressione. Nella rassegna stampa figura per la prima volta un intero supplemento speciale del Corriere, un «Album» di Repubblica, oltre naturalmente a Tuttolibri, allo speciale di Avvenire, e in generale 2000 articoli e 2500 minuti di trasmissione televisive nazionali. Forse Cotroneo non ha fatto bene i conti, forse gli è sfuggito qualcosa; o forse ha scrutato più nel profondo una crisi segreta nascosta dietro una facciata scintillante di successo? Vediamo. Luigi Brioschi, per Longanesi e Guanda, commenta serafico che lui vede «molte aggressioni» ma non certo segni di stanchezza nella Fiera, «una realtà consolidata e largamente accettata, con un'efficacia che va al di là del pubblico, per gli evidenti effetti mediatici». «Anche se poi - aggiunge - come tutte le cose umane è certo perfezionabile». A questo proposito un'idea ce l'avrebbe, non da ieri, Gian Arturo Ferrari: secondo lui il progetto di una manifestazione libraria indifferenziata è finita, la Fiera dovrebbe capire che cosa vuole fare, quale sia il suo fine. Detto questo, sottolinea con forza il direttore generale della divisione libri Mondadori, gli enti locali piemontesi hanno compiuto, sostenendo l'invenzione benemerita di Guido Accornero e investendo molto denaro, un'impresa unica in Italia, che lo Stato e altre regioni non hanno mai saputo o voluto fare: una promozione forte, consistente e duratura del libro. Senza neppure difendere interessi locali. «Ora è facile parlare di traferimenti di sede, ma la domanda resta: chi paga?». Dopodiché, aggunge, il mondo di coloro che lavorano intorno al libro è piccolo, «face-to-face» come dicono i sociologi, e ama ritrovarsi insieme. «Tra le conseguenze c'è il rischio che questi eventi diventino così autoreferenziali, stimolando snobismi e atteggiamenti ipercritici». Meno olimpico, e ci sarebbe da stupirsi del contrario, è Rolando Picchioni, segretario generale della Fondazione che organizza la Fiera: «Qui ci sono dei mandanti -dice -. Non è l'esplosione estemporanea di qualche malumore. Annuso una committenza». E quale potrebbe mai essere? Gli interessi del nuovo centro fieristico milanese a Pero? «Certo che se Pero dice agli editori: venite gratis, magari quelli potrebbero essere tentati di andarci. È il mercato». Ma ci crede davvero? «Non saprei, ci sono tante chiavi di lettura, dai problemi personali ai lombardi alla prima crociata. Io verifico solo che Mondadori, quest'anno, ha ancora aumentato le dimensioni del suo stand al Lingotto». Dopo 18 anni di battaglie, nessuno si cala l'elmetto in capo. Tantomeno Ernesto Ferrero. Il direttore editoriale della Fiera prende la polemica con ironia, ripescando lo pseudonimo con cui, parecchi anni fa, Cotroneo siglava una sua rubrica di stroncature sul Sole 24 Ore: «Il ritorno dell'ex Mamurio Lancillotto mi ricorda una battuta di Manganelli: non l'ho letto ma non mi piace. Il villain di turno non viene al Lingotto da anni, non ne ha respirato l'aria, non ha parlato con gli editori, con i visitatori, con gli addetti ai lavori, ma esterna lo stesso. Parlare di quel che non si conosce è un costume molto diffuso, oggi». E voi come replicate? «Con i fatti. Abbiamo vinto la Champions delle fiere europee ma ci sentiamo dire dall'allenatore del Terontola Football Club che la difesa fa acqua, e l'attacco è poco penetrante. Per uno strano caso, anche a seguito del successo internazionale della Fiera, l'Unesco ha assegnato a Torino l'ambita nomina a Capitale mondiale del libro 2006-2007. Forse a Parigi non si sono accorti che Torino è sonnolenta e marginale».
Fiera del libro, se questo non è un successo
La diciottesima edizione della Fiera del libro di Torino è terminata con un tono di insoddisfazione e di crisi. Secondo Roberto Cotroneo, il direttore di Panorama, la Fiera non è più una manifestazione importante e i grandi editori non trovano più motivi per andarci. I giornali importanti, invece, hanno dato meno spazio possibile alla Fiera. Tuttavia, altri commentatori, come Luigi Brioschi, segretario generale di Longanesi e Guanda, vedono la Fiera come una realtà consolidata e largamente accettata, con un'efficacia che va al di là del pubblico.
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