Il critico Per i beni culturali nell'ultimo secolo non abbiamo fatto quasi nulla di buono". Philippe Daverio, critico d'arte, docente universitario e straordinario divulgatore di cultura cerca di spiegare perché l'Italia non sappia gestire lo straordinario patrimonio culturale che si ritrova. Pompei chiusa a Capodanno ha fatto indignare. È il fallimento dell'idea di Stato. Se Pompei è un servizio pubblico essenziale, dovremmo gestirlo come tale. Nessun pronto soccorso butta fuori gli ammalati a Capodanno. Quella chiusura è l'ammissione che in Italia la cultura non è concepita solo come opportunità di creare posti di lavoro. Vogliamo dire la verità? Pompei serve a custodire i custodi. Mancano i fondi, è quello il problema? Certamente il rapporto tra l'enorme patrimonio esistente e gli investimenti risibili è un problema: per i beni culturali spendiamo 2 miliardi; i tedeschi 8 e i francesi 6. Si spende poco e si spende male: tanti stipendi e pochissima conservazione e promozione. Ci sarebbero i fondi europei, ma non li sappiamo cercare. E poi c'è una confusione di fondo. Quale? Non si capisce mai chi tra Stato centrale ed enti locali debba occuparsi di cultura. Il caso della collezione Jucker venduta dallo Stato al Comune di Milano è emblematico: sono forse due cose diverse? In Italia i proprietari dei beni culturali sono le amministrazioni, mai i cittadini. Forse dell'arte agli italiani frega poco. Certamente c'è stato un ripiegamento: negli ultimi anni si sono persi grandi professionisti, penso a Nicola Spinosa e Claudio Strinati e sono stati rimpiazzati da persone con curriculum deboli. Purtroppo, il più delle volte, si parla di certe cose solo quando crolla un muro di Pompei. Forse ci rassicura il pensiero di avere la metà dei beni culturali al mondo. È vero? Forse lo era fino al 1905: prima di Picasso, del Beaubourg, quando le piramidi azteche non venivano considerate. Lungi da me esaltare il Mascellone (Mussolini, ndr), ma da allora l'architettura è ferma, a parte la Torre Velasca l'Edificio Pirelli. Ma voglio credere che qualcosa stia cambiando, che la passione stia tornando, anche se la politica non lo capisce. C'è qualche esempio positivo? Il quartiere dei grattacieli a Milano, il Mart a Rovereto, il sistema museale di Torino che ha appena portato alla ristrutturazione della Manica Lunga. Qualche segnale positivo c'è, soprattutto al nord, ma l'Italia è unita in questo disastro. Quali gli esempi peggiori? La lista è infinita, non vorrei scontentare nessuno. La reggia di Colorno, alle porte di Parma, è in condizioni simili a tanti palazzi del sud. Non me ne voglia il premier se cito Firenze, ma anche lì, nonostante una struttura museale complessivamente accettabile, i musei minori non li visita nessuno. Eppure il museo antropologico è straordinario, lo Stibbert pure. Come si fa ripartire la cultura? Mito e comunicazione. La casa di Giulietta e Romeo a Verona fa più visitatori di Pompei o degli Uffizi. Bisogna convincere gli italiani a riappropriarsi del proprio patrimonio. Senza banalità tipo 'l'arte è il petrolio dell'Italia'. I beni culturali servono a fare gli italiani, non i turisti. Quelli vengono dopo. Al. Sch.