ORARI DA UFFICIO ANAGRAFE, SITI MERAVIGLIOSI IN CUI NON ARRIVA NEMMENO UN AUTOBUS, BIGLIETTERIE CHIUSE, RESTAURI ULTRA-MILIONARI LASCIATI ALL'INCURIA E CENTINAIA DI EURO PER UN'ORA DI GUIDA: ECCO COME L'ITALIA GESTISCE I SUOI TESORI Dopo la chiusura a Natale e Capodanno di Pompei, ieri è stata la volta del Maschio Angioino. Inaccessibile proprio quando i visitatori (comprensibilmente infuriati) potevano visitarlo approfittando del giorno di festa. L'Italia è incapace di conservare, promuovere e rendere sostenibile economicamente l'enorme ricchezza che ha ereditato. Il solo Louvre incassa ogni anno dalla biglietteria più della somma dei musei italiani. Tra Merano e Lampedusa lo spazio d'arte più visitato è il solo extraterritoriale: i Musei Vaticani. Di arte, archeologia e cultura si parla solo quando crolla un pezzo di Pompei o i lavoratori del Colosseo non vogliono lavorare la sera. A fronte di una cartina geografica piena di siti straordinari, si assiste a un'incapacità diffusa di valorizzarli. C'è il costosissimo museo archeologico napoletano aperto solo al mattino. La Sicilia ha lottato per riavere alcuni dei suoi tesori trafugati all'estero, ma ora che sono tornati nessuno va a visitarli. Il museo degli strumenti musicali di Roma è stato chiuso due anni per restauro, ma dentro non è stato fatto nulla, e mancano perfino le descrizioni delle opere. Nel veneziano c'è un museo in costruzione da oltre trent'anni, la Reggia di Caserta assomiglia a un suk e i siti di divulgazione scientifica chiudono uno dopo l'altro in tutta la Penisola. Alcun storie che diventano un'istantanea di un Paese che arranca. REGGIA DI CASERTA Disinfestazioni, ambulanti e lo jogging di Cosentino La Versailles casertana negli ultimi anni ha fatto a gara con Pompei per la produzione di scandali: dall'immondizia nei giardini ai buchi sul soffitto, dai bagni nelle fontane al suk di ambulanti che affolla i vialetti di ingresso. La buona notizia è che, nonostante tutta questa pubblicità negativa, quest'anno il numero di visitatori è tornato a crescere dopo anni di cali continui. Nei giorni scorsi la direzione delle Reggia ha dato grande risalto all'apertura durante le feste, anche per distinguersi dai "vicini rivali" di Pompei. Ieri però non tutto era visitabile per l'intera giornata: il Giardino inglese, 24 ettari di piante rare e meravigliose statue in marmo, ha chiuso alle 13. Accedere a questo gioiello è stato per lungo tempo un'impresa. Oltre alle periodiche chiusure per disinfestazione contro il punteruolo rosso (tutto il giardino viene sbarrato per curare dieci palme), fino al mese scorso gli accessi erano contingentati: si poteva entrare solo accompagnati da un custode che concedeva una visita lampo di venti minuti. Intanto però l'ex deputato del Pdl Nicola Cosentino conservava una copia delle chiavi della reggia e del parco, dove andava a mantenersi in forma tra jogging ed esercizi. ARCHEOLOGICO DI QUARTO D'ALTINO Quei 50 mila reperti chiusi in sgabuzzino da trent'anni Narra la leggenda che quando Attila, nel 452 d.C., distrusse la città d'Altino, gli abitanti si diedero origine a Venezia. Da 31 anni a Quarto d'Altino si sta tentando di ampliare un museo archeologico che riporti alla luce l'antica città. Il progetto non sembra faraonico: due edifici ristrutturati più tre di nuova costruzione dove esporre i 50 mila reperti. Eppure, nonostante l'Ue (4,8 milioni di euro stanziati su 6), il museo ancora non ha visto la luce. A dicembre c'è stata una pre-inaugurazione di tre ore cui ha partecipato il governatore Zaia. Spenti i riflettori, gli spazi sono stati richiusi a chiave. "Aprirà a giugno", promette la Regione. Ma l'ex direttrice Margherita Tirelli alla stampa locale denuncia: i soldi non bastano. Certo, si possono già visitare gli edifici del nucleo originale del 1960. La direzione regionale per i beni culturali promette: "La vicinanza con l'aeroporto, fa assumere interesse internazionale al nuovo museo: durante la sosta per l'interscambio dei voli intercontinentali può essere organizzato un trasporto per una visita". Sarà, ma mancano libreria, caffetteria, guardaroba e perfino le rampe per disabili sono "in realizzazione". E sul sito turistico regionale, www.veneto.to (quello registrato alle Tonga) il numero della biglietteria è sbagliato. E così il museo "internazionale" si ferma a 2 mila visite all'anno. VENERE DI AIDONE E SATIRO DANZANTE I Bronzi di Riace siciliani: star all'estero, sconosciuti nell'Isola L'Epifania? Siamo chiusi, credo". Il custode del Museo di Aidone in provincia di Enna, dove dal 2011 è tornata la Venere di Morgantina, esita ma ha ragione: porte sbarrate i festivi e tre domeniche al mese. Poco importa, perché anche se fosse aperto durante il week-end non ci sarebbero comunque mezzi pubblici per raggiungerlo: ai turisti si consigliai di affittare una macchina. Peccato, perché questa meravigliosa Venere classica in marmo e pietra calcarea, scolpita da un allievo di Fidia, è tornata ad Aidone dopo un peregrinare che assomiglia a un'Odissea. Comprata a un'asta clandestina nel 1988 per 18 milioni di dollari è stata per oltre vent'anni l'attrazione principale del Paul Getty Museum di Malibu. Dal milione e mezzo di visitatori nel museo californiano si passati ai meno di 30 mila attuali. Non ci sono fondi, piangono politici e sindacati. Eppure la Regione stipendia ben 306 dirigenti dei beni culturali. Il Ministero a Roma ne ha 119. Sempre nell'Isola si conta un esercito di 1.200 tra portieri e custodi. L'altra attrazione del museo ennese è il Tesoro di Eupòlemos: una collezione di argenti, coppe che rappresenta il punto più alto di oreficeria della Sicilia ellenistica. Ma, forse, non per molto: per un accordo siglato tra il Mibact e il Metropolitan di New York la collezione dovrebbe finire oltreoceano. "Ma se portano via gli argenti si svuota il Museo e rischiamo di chiudere", spiega il custode. Non va meglio 293 chilometri più a ovest, al Museo del Satiro Danzante di Mazara del Vallo. "Niente visite guidate. Organizzatevi privatamente", rispondono dalla biglietteria. La statua bronzea di due metri, prezioso esempio di arte ellenica ripescata nel '98 nel canale di Sicilia, è tenuta al 41 bis da 22 custodi in una stanza di duecentometri quadrati. Il Satiro, che nei sei mesi dell'Expo 2005 ad Aichi è stato ammirato da 3,5 milioni di giapponesi, a Trapani ha fatto staccare solo 20 mila biglietti nell'ultimo semestre. STRUMENTI MUSICALI A ROMA I progetti di ristrutturazione? Molto rumore per nulla Nel 1698 il padovano Bartolomeo Cristofori crea il primo pianoforte. Un secolo e mezzo prima, il cremonese Andrea Amati e il bresciano Gasparo di Salò si contendevano l'invenzione del violino. Il 15 gennaio 2014 a Roma riapre, dopo due anni di presunta ristrutturazione il Museo nazionale degli strumenti musicali, unico in Italia. L'obiettivo dei lavori era raddoppiare gli spazi espositivi ma questa è la sorpresa dopo la riapertura dei battenti in quei due anni non è stato fatto nulla. Le sale visitabili sono ancora venti, metà della collezione donata dal tenore Evan(gelista) Gorga, il primo Rodolfo della Bohème pucciniana, è chiusa al pubblico. Difficile immaginare uno spazio museale gestito peggio: non ci sono audio-guide né depliant illustrativi. I pannelli esplicativi sono appena due in tutto il museo e per avere una guida in inglese bisogna prenotare una settimana prima e pagare duecento euro. E, soprattutto, flauti traversi e pianoforti sono immersi in un silenzio intervallato solo dal passaggio delle macchine nell'antistante piazza di Santa Croce in Gerusalemme. L'impianto stereo doveva essere realizzato durante la ristrutturazione, ma i lavori non sono nemmeno iniziati. I custodi, imbarazzati, prestano il proprio iPad personale alle comitive scolastiche che vogliono visitare la splendida arpa di Barberini o il secondo pianoforte più antico del mondo (uno dei tre Cristofori ancora integri). Certo, ci sarebbero i concerti. Ma chi prova a consultare la stagione sul sito internet si trova davanti un laconico "pagina in allestimento". Non sorprende quindi che, prima della chiusura, i visitatori paganti fossero solo 993, per un incasso netto di 3.104 euro annui. Il Mim, Musée des instruments de musique a Bruxelles, accoglie invece 115 mila visitatori l'anno, che con i servizi aggiuntivi salgono a 240 mila. SCIENZE NATURALI C'è chi chiude per la Camorra e chi perché esplode un estintore Il 4 marzo 2013 bruciava il museo scientifico più innovativo d'Italia: La città della Scienza di Napoli. Su quelle ceneri fumanti è impresso il marchio della camorra. Basta fare un giro per l'Italia per rendersi conto che, da nord a sud, basta molto meno di un rogo dolo di stampo mafioso per chiudere i battenti. Il caso più eclatante è il museo della scienze naturali di Torino: inaccessibile da un anno e mezzo per l'esplosione di un estintore. E non si sa nemmeno quando potrà riaprire i battenti. Comica la situazione di Verona: il museo di storia naturale famoso per le selci diventate blu i reperti archeologici lasciati ammuffire (nel senso più stretto del termine) e che hanno cambiato colore è stato diviso a metà. Durante il trasloco nella nuova sede ci si è accorti che i nuovi spazi non erano sufficienti a ospitare le collezioni. L'Orto botanico di Firenze è stato messo in ginocchio da una tromba d'aria a settembre non riaprirà prima di aprile 2015. A Udine da 15 anni si sta cercando una nuova sede per l'esposizione di storia naturale. Il museo è chiuso, i reperti chiusi in un magazzino, ma il Comune continua a spendere 122 mila euro per gli affitti di uffici e deposito. A Roma sono chiusi dal 28 gennaio 2014 il Planetario e il Museo dell'Astronomia. I due siti, meta di oltre 100mila visitatori ogni anno, sono stati dichiarati inagibili. In attesa della ristrutturazione, crescono i ricavi persi dalla vendita di biglietti: 700 mila euro l'anno. Di fronte a un quadro simile, non stupisce l'allarme lanciato a novembre da trenta scienziati e curatori museali: "Siamo al collasso". Ci si potrebbe consolare con le poche eccellenze rimaste: il Leonardo Da Vinci a Milano o il Muse a Trento. Oppure osservare quanto accade all'estero: il Museo della Scienza di Londra accoglie 2,5 milioni di visitatori l'anno. La serra delle farfalle nell'orto botanico di Amsterdam oltre 1 milione. CASTELLO ARAGONESE A BAIA Lo spazio da venti milioni resta chiuso tutti i pomeriggi Nel 2008, c'era anche Giorgio Napolitano all'inaugurazione del museo archeologico dei Campi Flegrei, ospitato nello splendido castello aragonese di Baia. "Eccezionale", sussurrò il presidente commosso. Eccezionale quanto il costo della ristrutturazione: oltre 20 milioni di euro solo per l'ultima tranche di lavori. Peccato che oggi apra i battenti solo dalle nove alle tredici. E, si legge nel sito, "nei week end il museo può garantire la fruibilità di una sola sola sezione espositiva, a causa di carenza di personale". In effetti "i custodi sono solo venti", fanno sapere dalla soprintendenza. E preferiscono lavorare solo la mattina. Gli ingressi annuali sono pochini: 20 mila, ma gli incassi ancor più miseri perché il biglietto si paga solo il week-end. Politica di accesso alla cultura per tutti? No. "Nel 2010 sono scadute le gare di appalto di affidamento delle biglietterie e il bando successivo è stato bloccato dai ricorsi", spiega la soprintendente Teresa Elena Cinquantaquattro. "E comunque mandare avanti la biglietteria del museo non è sostenibile: costa più di quanto incassa" . Anche nelle poche ore in cui il museo è aperto molte sale non sono accessibili. Tra queste, una delle più prestigiose: la ricostruzione della facciata del Sacello degli Augustali di Campo Miseno. Qui sono racchiuse (a chiave) alcune delle statue meglio conservate della Roma imperiale, tra cui quelle degli imperatori Vespasiano e Tito e una rarissima raffigurazione equestre di Domiziano. "Su richiesta la apriamo, ma dobbiamo chiuderne altre". Anche l'altro gioiello del museo, il Ninfeo imperiale di Punta Epitaffi, è inaccessibile al pubblico. Ma con più custodi si potrebbe pensare di evitare le aperture part-time e lasciare il museo aperto il pomeriggio, almeno nei week-end? "Non so se avrebbe senso. Arrivare a Baia è impossibile se non si ha un mezzo proprio", spiega la soprintendente. Giusto, ma bisognava pensarci prima degli investimenti milionari.