«La Veneranda Biblioteca Ambrosiana è stata fondata il 7 settembre 1607 dal Cardinale Federico Borromeo, al quale sono dovute l'idea originaria, consistente nella promozione dei valori umani e cristiani mediante la scienza e la cultura a servizio della Chiesa cattolica». Così recita l'articolo 1 dello statuto di questa davvero venerabile istituzione milanese. E allora è lecito domandarsi in quale modo promuova i valori cristiani, o che rapporto abbia con la scienza e con la cultura un singolare articolo contenuto nell'ultimo numero della newsletter telematica dell'Ambrosiana. Si tratta di una violentissima requisitoria contro due storici dell'arte che insegnano alla Statale di Milano, Giovanni Agosti e Jacopo Stoppa. L'articolo (che si intitola Il crepuscolo dei critici, ed è firmato da un tal Fabio Trazza, che cura la newsletter insieme al prefetto dell'Ambrosiana, Franco Buzzi) si apre con una fotografia che ritrae Agosti e Stoppa, commentata in questi termini: «No! Non è una parodia! Sono due critici in carne ed ossa ed è l'immagine emblematica del tempo che li attraversa. La luce, schermata, li oscura, mentre loro continuano a studiare un'opera che avevano deciso di appendere al muro come opera indispensabile per la "loro" mostra ... Loro cercano tutto e, se hanno meriti politici, trovano tutto. Anzi, di più. Trovano protezione. E loro si sentono tranquilli: possono continuare a studiare. Tranquilli. Specie se a coprire le lacune della loro ricerca non quella politica, lì son maestri sono un sindaco di Milano con il suo assessore alla cultura e un satrapale dispensator di sale a Palazzo Reale. Protetti, s'immergono nei libri, dimentichi delle opere che altri appesero per loro. Non ricordano neppure se hanno guadagnato qualcosa. Direttamente o indirettamente». Non citerò oltre un simile testo, palesemente diffamatorio (e su questo, immagino, si pronuncerà un tribunale): un testo che ricorda da vicino il servizio delle televisioni berlusconiane sul colore dei calzini di uno dei giudici dell'ex cavaliere. Il clima, il lessico, la volgarità gratuita, lo squadrismo sono esattamente quelli. Ciò che induce a non seppellire questo testo esecrabile nel gran cimitero anonimo del web è che questa violenza si deve al fatto che Agosti e Stoppa sono colpevoli di aver cambiato (peraltro lievemente, e non per primi) l'attribuzione di un quadro che la Pinacoteca Ambrosiana aveva prestato alla mostra su Bernardino Luini (seria e di ricerca) da loro curata al Palazzo Reale di Milano. Non solo la Pinacoteca ha ritirato immediatamente il quadro, ritenendo inammissibile la 'degradazione' da «Bernardini Luini» a «eredi di Bernardino Luini», ma ha poi intrapreso una pesantissima campagna denigratoria contro i due curatori. E questo è davvero inaccettabile. Non importa sapere chi ha ragione sull'attribuzione: importa affermare che la libertà della ricerca non è coercibile, in alcun modo. Perché è un valore tutelato dalla Costituzione, ed essenziale alla convivenza civile. La proprietà materiale di un'opera non comporta in alcun modo il diritto di assumere un atteggiamento padronale rispetto alla conoscenza di quell'opera: nessuno è 'padrone' dell'attribuzione di un quadro. E infatti non è affatto vero che qualunque museo del mondo avrebbe ritirato l'opera di fronte ad un cambio di attribuzione (come invece si afferma nella newsletter): è vero esattamente il contrario. Perché i (veri) musei hanno a cuore un'unica cosa: il libero avanzamento della conoscenza, che è la loro stessa missione. E chiunque ha a cuore la libertà della ricerca (non importa se in fisica nucleare, medicina o storia dell'arte) deve reagire con forza a questa incredibile coartazione, autoritaria e squadrista, di quella libertà. Forse non ci si può aspettare che l'arcivescovo di Milano, il cardinale Scola, che è il gran cancelliere dell'Ambrosiana, si pronunci su ciò che potrebbe apparirgli (a torto) come una quisquilia. Ma è certo che il suo venerato predecessore Federico Borromeo si sta addirittura rotolando nella tomba, a vedere che strazio della verità si faccia oggi della sua Ambrosiana: che appare alla deriva, insieme ad un'Italia talmente divorata dal culto dell'appartenenza e della proprietà da non capire neanche più perché chi aggredisce un ricercatore per una sua opinione scientifica sta aggredendo i presupposti elementari della vita civile, e della democrazia