VENEZIA. «C'è solo da augurarsi che il Mose finisca al più presto e funzioni. Ma non smetteremo di chiedere che ci sia una complementarietà di interventi per San Marco e Rialto: dispiace che il governo non abbia considerata questa una priorità». Pesa le parole perché arrivino pesanti così come le pronuncia, il vicecapogruppo del Pd alla Camera Andrea Martella. La Legge Speciale è finita in fondo al cassetto e l'emendamento firmato col collega Michele Mognato, entrambi veneziani, per rifinanziarla non è sopravvissuto alla tagliola: cassato dal governo per mancanza di finanziamenti. Tradotta per immagini, la faccenda è questa: bambini che continueranno a fare il bagno nell'acqua alta fuori stagione in piazza San Marco, perché i 5,5 miliardi di euro spesi per il Mose non metteranno all'asciutto l'area marciana, che va sotto a 80 centimetri di marea mentre le dighe mobili si alzeranno solo quando si raggiungeranno i 110. Si può anche decidere di usare le dighe più spesso, ripete da anni il Consorzio Venezia Nuova. Ma per San Marco bisognerebbe tirarle su 200 volte l'anno (30mila euro solo di corrente elettrica cadauna). Possibile? Non proprio. E allora bisognerebbe rispolverare il progetto di Insula di impermeabilizzare Rialto e San Marco, 150 milioni di euro. Purtroppo, da anni la Legge Speciale non ha un euro. «Venezia non ce la fa da sola e non deve vivere con l'idea che verrà salvata da fuori: deve fare fronte unico. Discutiamo pure a livello locale, ma a Roma, istituzioni e partiti si presentino compatte: c'è bisogno di scatenare energie a tutto campo», esorta il sottosegretario all'Economia Pier Paolo Baretta. Rifinanziare la Legge Speciale è argomento impopolare, troppo affine all'assistenzialismo. I parlamentari veneziani sono quasi tutti d'accordo a virare su una autonomia finanziaria, fiscale e decisionale che affranchi il capoluogo dagli aiuti di Stato. I progetti di legge in tal senso (Martella e Casson) sono depositati ma non vanno avanti. E per Baretta il Comune non deve più restare ai margini delle scelte sulla salvaguardia, finora gestite tra Roma e i privati col noto corollario di corruzione. La Lega si tiene sulla sponda: «Non abbiamo mai nascosto i nostri dubbi sull'opera spiega l'onorevole Emanuele Prataviera - Il primo passo è farsi risarcire il denaro di chi ha rubato, quindi studiare una exit strategy». Perché il Mose, come dice Gianfranco Bettin, «è una trappola: o non si chiuderà quasi mai e quindi non servirà, sprecando una montagna di soldi, o si chiuderà troppo, spesso colpendo a morte la laguna e il porto».