Il lavoro di redazione della variante generale al Pgt è giunto alla definizione del quadro strategico: è un punto importante, possiamo dire che l'abito è imbastito e si avviano le prime prove negli incontri con i quartieri, iniziati ai primi di dicembre. È bene richiamare gli assunti di partenza del nuovo strumento urbanistico , che pur presentandosi formalmente come variante va in realtà in direzione diametralmente opposta a quella tracciata dal Pgt della giunta Paroli: minimizzazione del consumo di suolo, rigenerazione urbana, recupero delle aree dismesse, promozione della più ampia accessibilità alle «risorse urbane». Tutti concetti largamente condivisibili, se si esce dalla vecchia e deleteria ottica quantitativa che fa coincidere lo sviluppo con la crescita quantitativa, l'espansione edilizia, le grandi opere ( per inciso ottica purtroppo politicamente trasversale, come mostra il recente annuncio della candidatura di Roma a sede delle olimpiadi 2024). Ferma restando la verifica applicativa di questi principi, è bene apportare qualche annotazione. Sulla necessità di frenare il consumo del suolo la condivisione è ampia, dato che anche la Regione Lombardia ha promulgato una legge in materia, anche se si tratta di una legge quanto meno discutibile poichè per la sua applicazione lascia una franchigia temporale di trenta mesi che ne smentisce nei fatti l'obiettivo. Oltre alla necessità di non lasciare «aperta la stalla» per i due anni e mezzo previsti dalla Regione, (che significa non solo evitare la corsa alla traduzione in titoli edificatori spendibili per le aree inedificate ma anche vagliare rigidamente l'eredità di quanto già autorizzato o in corso di autorizzazione) ci sarebbe un importante corollario da considerare: non va fermato solo il consumo del suolo ma in genere l'aumento delle volumetrie costruibili. Come ha ben dimostrato Mario De Gaspari, ex-sindaco di Pioltello e studioso della città, l'edificabilità non è più regolata dal fabbisogno dei cittadini ma è divenuta una sorta di moneta che obbedisce al gioco della finanziarizzazione del territorio, una moneta inflazionata che ha avuto un ruolo non secondario nella genesi della crisi economico-finanziaria attuale. Del resto basta guardarsi intorno e fare un rapido censimento a vista delle nuove edificazioni, appena realizzate o in corso, per poter affermare che non c'è alcun bisogno di nuove volumetrie residenziali e tantomeno terziarie. La convinzione si rafforza ulteriormente se percorriamo le vie cittadine, dove accanto alla dolorosa morte di attività commerciali, anche storiche (e dunque in qualche modo costitutive dell'identità cittadina) possiamo constatare una crescente quantità di appartamenti o di interi immobili vuoti, in vendita, inutilizzati o sottoutilizzati. A questi dobbiamo aggiungere i vuoti «storici» delle ex caserme. Per affrontare questo scenario un concetto chiave (che giustamente l'Assessore Tiboni spesso sottolinea) è la rigenerazione urbana, locuzione indicativa di qualcosa di più complesso ed ambizioso del recupero e del riuso delle aree dismesse eo della riqualificazione urbana, che pure implica e trascende. La rigenerazione è un processo che coinvolge attivamente la comunità, finalizzato a ridurre l'impatto dell'attività umana, attento all'ambiente e al consumo delle risorse. Tutto ciò in un quadro in cui è necessario attivare processi «resilienti» di adeguamento alla scarsità, cioè capacità di assorbire positivamente i «colpi» che gli effetti del cambiamento climatico, del degrado ambientale e della crisi economica hanno sul territorio e la città. Quanto all'ultimo punto del quadro strategico, che attiene il perseguimento di un elevato grado di accessibilità alle risorse urbane e dunque lo sviluppo della mobilità, soprattutto quella sostenibile, va subito detto che Brescia, anche in questo come in molti altri casi, per fortuna, è città tradizionalmente «virtuosa». Sviluppo del trasporto pubblico e della mobilità pedonale e ciclabile sono temi che oltretutto troveranno ordinamento nell'apposito strumento che è il Piano urbano della mobilità sostenibile ( che non è un nuovo nome del vecchio piano del traffico). Senza entrare nello specifico delle scelte distributive e localizzative, è bene sottolineare la connessione di questo strumento con il quadro generale dei sistemi territoriali ed ambientali ( parco delle colline, parco delle cave, parco del Mella, sistema del verde urbano) efficacemente illustrato nella tavola del quadro strategico del " sistema ambientale" del Pgt, ed il suo ruolo nella ricucitura anche minuta delle aree verde e dei vuoti urbani. Altrettanto utile può essere chiarire che le citate «risorse urbane» non sono solo le prestazioni erogate dai vari servizi eo dalle diverse attrezzature, ma anche le opportunità relazionali, l'insieme di qualità dello spazio pubblico, i valori estetici che la città fisica offre. È su questo terreno che il concetto di smart city che gli amministratori promuovono deve misurare la propria capacità di concretizzarsi in un progetto originale di modalità d'uso della città, di riduzione della fatica urbana, di promozione della vita urbana a Brescia. Un progetto insomma che deve mostrarsi capace di convertire la dispersione in policentrismo. Non è questa la sede per dare conto nel dettaglio, per quanto è dato di sapere dai primi elaborati, della rispondenza tra pensiero ed azione, tra principi ed effettive scelte di piano, su cui incombono, come detto, eredità che non potranno certo essere accettate passivamente, né considerate ineludibili o immutabili. La partecipazione attiva dei cittadini nei quartieri avrà sicuramente anche questo compito di vigilanza attenta e, speriamo, collaborativa. L'amministrazione ha a disposizione le aree già acquisite di Sanpolino (il cui completamento secondo il disegno originario è chiaramente improponibile) da gestire anche per risolvere questo nodo. Infine si avverte la opportunità di una ricomposizione armonica delle scelte settoriali in grado di restituire in modo più plastico l' idea di città che si intravede sottotraccia. La riflessione e il confronto su quale debba essere il progetto Brescia da costruire, a partire dal pgt ma senza limitarsi a questo, comportano spazi e momenti di approfondimento culturale che coinvolgono un ampio spettro di saperi e competenze ( magari gli stati generali della cultura suggeriti da Massimo Tedeschi sul Corriere ). Ma, soprattutto, su questo ultimo tema, non è forse l'urban center, che sta dando buona prova di funzionamento nel raccordo comunicativo e partecipativo tra cittadinanza ed amministrazione, che potrebbe produrre, anche attraverso un'ulteriore articolazione, concrete opportunità?