Nei suoi primi sei mesi da sovrintendente alla Scala, Alexander Pereira non ha visto molto di Milano. «Entro in teatro alle otto ed esco a mezzanotte», racconta. Anche per questo ha deciso di passare qui il Capodanno. Ma una cosa che lo ha colpito c'è: «Milano ha palazzi con meravigliosi cortili interni; ci sono giardini dove volano uccelli e farfalle. Poche città hanno cortili così intimi». Parola di un giramondo, austriaco con lontane origini portoghesi, moglie brasiliana e precedenti lavori in Svizzera, Austria e, prima ancora, in Italia all'Olivetti. E con un'antenata illustre «La scrittrice australiana Hilde Spiel scrisse un libro su una mia antenata intitolato Fanny von Arnstein oder Die Emanzipation (Fanny von Arnstein o dell'emancipazione). Questa Fanny era un'illuminista viennese, combatté per i diritti anche delle donne e in casa sua suonò Mozart. Fu tra i promotori del Musikverein di Vienna. Di lei scrisse anche la madre di Felix Mendelsshon, che era in contato con sua figlia, Henriette Pereira». E suo padre? «Era un diplomatico, primo negoziatore della commissione fondata negli anni Quaranta che portò alla fondazione delle Nazione Unite. Questa commissione scomparve in un incidente aereo in India. Là, dove c'è il sepolcro di mio padre, ho avviato una fondazione per bambini portatori di handicap. Con l'aiuto di Zubin Metha raccogliamo fondi. Il prossimo concerto sarà l'otto marzo a Vienna». A proposito di Vienna: Vienna è la città del concerto di Capodanno. In Italia il concerto di Capodanno si esegue oggi alla Fenice di Venezia (viene trasmesso il primo gennaio, alle 11.15 da Rai1): quando ne vedremo uno alla Scala? «Potremmo dare importanza alla sera di Capodanno con un concerto e anche una cena per festeggiare». Cosa le è più piaciuto di questi mesi alla Scala? «Aprire la Scala a giovani e bambini, perché la maggior parte dei teatri ha perso pubblico giovane perché non si è fatto nulla. L'iniziativa che prevede l'ingresso gratuito per due bambini accompagnati da un adulto ha già visto ventimila bambini e 10 mila parenti prenotati. Sono recite di un'ora e venti alle quali segue altrettanto tempo per fare foto e incontrare i solisti in una bellissima atmosfera. Anche il progetto ScalAperta, con biglietti al 50 per cento ha avuto successo l'altro ieri per lo Schiaccianoci. Sono uscito a parlare con le persone in coda: molti erano della regione Lombardia e per molti era la prima volta. È la riprova che il teatro è di tutti. E sono stupefatto della voglia della gente di essere alla Scala». Più controversa la questione dei comportamenti: dai 5 minuti di ritardo a inizio opera rientrati ai flash che hanno irritato Barenboim. «Ci sono aspettative diverse tra il pubblico. Oggi fare e farsi una foto pare una seduzione irrinunciabile: tutti vogliono fotografare per mettere su Facebook. La Scala è famosa e si vuole immortalare l'istante. Ma i flash sono dannosi per gli interpreti, deconcentrano. Maleducazione è un termine troppo forte per chi fotografa, ma bisogna resistere alla seduzione. Sui cinque minuti non aspettavo una sensibilità così forte. Io l'ho suggerito solo per contenere gli attacchi alle maschere. Ho scoperto che è stato come proporre di trasportare il Duomo a Casalpusterlengo. Così lo abbiamo ritirato, ma spero sia passato il messaggio di non attaccare le maschere. Abbiamo anche fatto un accordo con orchestra per non andarsene fino alla fine degli applausi». La prima del 7 dicembre è andata bene. Adesso si aspettano i grandi spettacoli di Verdi e Puccini, Aida con Metha e Turandot con Chailly. Timori? «Per dare valore al repertorio italiano si devono aumentare le produzioni. Negli ultimi anni si sono fatte 13 nuovi produzioni all'anno. Questo porta ad avere molti titoli internazionali. Per essere in grado di dare un accento al repertorio italiano si devono aumentare le produzioni sino a 20-22. La regia di Aida è rischiosa perché sostituisce quella di Zeffirelli. Ma è sbagliato riproporre sempre le regie del passato. A Vienna si metteva sempre in scena la Tosca del '58 di Margherita Waldmann. Bisogna cercare di rinnovare il teatro. Per Aida la regia è di Peter Stein; lui è un conoscitore della tradizione ma anche autore di scene non esuberanti e concentrate sul racconto, con costumi in stile. Per Turandot il finale di Berio offre una visione contemporanea. Sono felice che ora arriva Chailly: farà audizioni e, dopo Turandot, preparerà la Jeanne d'Arc. Quello che mi continua a sorprendere, invece, è la paura di alcuni cantanti di esibirsi alla Scala». Torniamo a lei, suona qualche strumento? «No, anzi il pianoforte in maniera amatoriale, per apprendere le parti d'opera. Ma ho studiato dodici anni di canto professionalmente, dallo stesso professore di Wolfgang Brendel. Da grande pensavo di fare il cantante; sognavo di interpretare Filippo II. È rimasta una ferita; ma sono diventato capace a riconoscere le voci». Che direttore o interprete del passato più la commuove? «Avevo ammirazione per von Karajan, anche se non molto originale come opinione. E anche per Carlos Kleiber. Trovo commoventi Karajan che dirige Pavarotti nella Boheme e il Don Giovanni di Furtwangler Salisburgo del '54». Si dice che lei sia un bravo «fundraiser». Il problema dei finanziamenti è determinante per una macchina gigantesca come la Scala. «Cercando me come sovrintendente, il Cda aveva in mente che la questione finanziaria è elemento su cui fare attenzione. Per me è importante convincere i sostenitori di lunga data a mantenere il loro supporto, anche se la legge finanziaria propone la tassazione delle fondazioni. La solidarietà è fondamentale. Sono pensabili anche nuovi partner stranieri: questi ci possono far aumentare le produzioni. Il budget 2014 in pareggio è basato su tredici nuove produzioni. Se vogliamo arrivare a venti bisogna puntare sull'estero. Per ora abbiamo raccolto o consolidato nuovi interventi per sei milioni di euro. Bisogna rinforzare anche le produzioni in Ansaldo a favore dei nostri lavoratori e di giovani da inserire».