Lunghe code, a partire dalle quattro del mattino, alla biglietteria della Scala per gli spettacoli offerti a prezzo ridotto, sterminata coda a serpentina dall'altra parte della stessa piazza, davanti a Palazzo Marino per vedere la Madonna Esterhazy di Raffaello, code, quasi ogni giorno, a Palazzo Reale per visitare le tre grandi mostre della stagione Segantini, Van Gogh e Chagall e coda di genitori con bambini anche per entrare al Museo della Scienza e della Tecnica. Che i milanesi abbiano desiderio, voglia, necessità di cultura? Sembra proprio di sì e non c'è bisogno di cronisti particolarmente attenti per rendersene conto. Basta girare per la città, basta guardarsi in giro. Tutte persone colte, dunque, i milanesi, esperti di musica, scienza, arti visive? Forse sì, ma forse anche no: non è detto che quanti si mettono in fila davvero «se ne intendano», per così dire. E neppure si può dedurre che sia soltanto la gratuità a gonfiare le code perché, se non costa nulla entrare a Palazzo Marino per vedere il Raffaello, a Palazzo Reale l'ingresso alle mostre costa (e non c'è nemmeno un biglietto cumulativo per vederle tutte e tre). Sarà una questione di moda allora, come qualcuno sostiene? In parte potrà anche essere, ma in tal caso, comunque, ben venga questa moda. In realtà è più facile pensare che quanti si mettono in coda per vedere o ascoltare qualcosa di bello capiscano perfettamente che si fanno del bene, che si arricchiscono, che in qualche modo migliorano la loro vita, fosse pure per una mezz'ora, un'ora soltanto. Sanno lucidamente o inconsciamente non importa che la bellezza bonifica il territorio, rende più umani gli umani, controbilancia quel tanto di brutto, di desolato che ci circonda, anche nella nostra città. Utile sarebbe se questa speciale magia operata dalla cultura venisse colta in pieno anche dall'alto. Non soltanto a parole, peraltro sprecate a milioni, bensì per davvero, nei fatti. Importante sarebbe che là in alto non si ragionasse quasi sempre principalmente di economia, di numeri, di bilanci, necessari certo, ma troppo riduttivi e per lo più ignoranti di quell'altra, preziosa e vitale economia segreta che segna un attivo non indifferente quando i cittadini si mettono in coda per ammirare uno spettacolo, un quadro, una musica, risanati dalla bellezza, restaurati dalla bellezza. Opportuno e giusto sarebbe se nell'anno dell'Expo Milano diventasse sul serio capitale di cultura e chissà che poi questo ruolo le si addicesse così bene da volerlo prolungare a tempo indeterminato.