L'INTERVISTA L'ASSESSORE PARIGI, DALL'AMERICA SONO VENUTI A STUDIARE COME ABBIAMO FATTO ASSESSORE c'è ancora margine per ridurre senza desertificare? «Dobbiamo partire da una constatazione: questa situazione è un fatto e non una scelta. C'è un problema generale di sostenibilità che riguarda la cultura e tutti settori di spesa. E' una condizione che ci costringe a fare delle scelte, non facili e sicuramente non a cuor leggero». Come può sopravvivere la cultura in tempi di risorse scarse? «La contribuzione pubblica rimane importante, ma dovremo modificarne la quantità che può essere solo un pezzo di un tutto, non la maggioranza. E' un cambiamento che va accompagnato e se non vogliamo abdicare del tutto al nostro ruolo bisogna cercare soluzioni diverse». A cosa si riferisce? «Ad esempio penso a un'estensione dell'art bonus, la defiscalizzazione per gli investimenti culturali che sono strategici per questo paese, per il Piemonte e per Torino». Più musei e meno fabbriche? «Non faccio scale di priorità, dico solo che senza cultura e turismo Torino oggi sarebbe comeDetroit,conlegambeall'aria.Tantoche gli amministratori della città americana sono venuti qui a studiare come abbiamo fatto noi a non ridurci come loro. Il welfare è importante, contenere la spesa è importante, ma bisogna anche creare occasioni di sviluppo». Il presidente Chiamparino ha detto «meno contributi, più bandi»: significa che dovrete scegliere? «Il contributo non sarà generalizzato e ci daremo dei criteri». Quali? «Uno, ad esempio, può essere quello di mettere insieme cultura, turismo e promozione del territorio, non è il solo, ma può essere un criterio». Il mondo della cultura è pronto a questa rivoluzione? «Deve esserlo per forza, perché è una condizione di fatto. Tutti ci auguriamo che l'economia riparta, ma è chiaro che serve un'ottica diversa rispetto alla gestione della cultura, un passaggio che in parte è già fatto». Da chi? «Penso a realtà che hanno saputo reiventarsi con formule dove il contributo pubblico è diventato una parte e non il tutto. Sono quelle nate in questi anni e che nel dna hanno l'idea di esistere indipendentemente dal fatto che arrivino loro soldi pubblici. Penso a Collisioni, al Teatro della Caduta, a Paratissima, a The Others, realtà che hanno una dignità culturale straordinaria e un contributo pubblico ridicolo». E le altre realtà? Quelle più consolidate? «Si tratta di fare un percorso di "accompagnamento affettivo" che aiuti a capire che il mondo è cambiato e a sopravvivere a questo periodo di risorse scarse. Resto dell'idea che il pubblico debba investire in cultura, ma il momento è difficile e dobbiamo sfruttare la crisi per rinnovare, scegliere e creare sinergie sia di costi che di ricavi tra tutti i soggetti coinvolti, enti locali, fondazioni, perché questa è una partita che possiamo affrontare insieme». (mc. g.)