Piuttosto che tenere i cani lontani dai turisti, a Pompei hanno pensato che in fin dei conti sia più semplice tenere i turisti lontani dai cani. E dunque è sufficiente un cartello per ammonire i visitatori a «evitare qualsiasi forma di avvicinamento o contatto con i cani presenti sul sito». L'avviso è in due lingue ed è stato affisso dalla Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Napoli e Pompei. Piuttosto che tenere i cani lontani dai turisti, a Pompei hanno pensato che in fin dei conti sia più semplice tenere i turisti lontani dai cani. Ché almeno loro sanno leggere (i turisti, s'intende), e dunque è sufficiente un cartello per ammonire i visitatori a «evitare qualsiasi forma di avvicinamento o contatto con i cani presenti sul sito». L'avviso è in due lingue (ma chissà perché, solo nella versione inglese si utilizza il termine «randagio», tradotto con «stray»), è stato affisso dalla Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Napoli e Pompei ed è stato inviato ieri al Corriere del Mezzogiorno da Ernesto Albanese, figlio di Emilio (il consuocero di Dario Fo ucciso a Napoli durante una rapina a nel 2005), che dopo la tragedia familiare ha messo su un'associazione L'altra Napoli per dare una mano alla città e alla sua provincia. «La foto racconta me l'ha inviata un mio amico due giorni fa. Ed è una roba da brividi, perché non solo Napoli è l'unica città dove ancora esistono i cani randagi, ma ora in provincia sembrano addirittura aver istituzionalizzato la cosa. Noi ci ridiamo, ma cosa penseranno un turista tedesco o americano? Quel che si vede a Pompei non accade in nessun'altra parte del mondo». E dire sono anni che si tenta di risolvere il problema. Il 28 aprile 2014 si pensò addirittura di ricorrere alla maniere dure, ma quando gli accalappiacani dell'Asl Napoli 3 arrivarono agli Scavi dei cani non trovarono neppure l'ombra. Due giorni dopo per rispondere alle polemiche montate su quell'intervento il commissario prefettizio al Comune di Pompei Aldo Dini aveva assicurato al ministro dei Beni culturali Dario Franceschini che quei cani sarebbero stati censiti, visitati e sterilizzati per poter così essere adottati dal Comune e diventare «cani di quartiere». E dire che un censimento, per la verità, c'era già stato. Accadde nel 2009, quando durante il progetto (C)Ave canem furono spesi 102.963,23 euro per censire 55 cani, 26 dei quali poi adottati, mentre gli altri furono sottoposti a cure per la sopravvivenza. Quei cani, cinque anni dopo, sono sempre lì. E, visto che allontanarli sembra impresa impossibile, allora meglio tenere lontani i visitatori (sempre che i quadrupedi siano d'accordo). Ché alla fine, se al malcapitato turista toccasse un morso, qualcuno potrà sempre dire che era stato avvertito.