NACQUE in Italia il principio che il patrimonio culturale andasse tutelato perché da ciò derivava un benessere collettivo. Quella stessa Italia che a dispetto di ciò che accade in altre parti del mondo dalla Francia agli Stati Uniti, dalla Cina agli Emirati Arabi e al Brasile destina nel 2014 alla tutela una misera quota del bilancio statale, lo 0,19 per cento. Ma non c'è solo questo nel "tradimento di un'idea italiana" che fa da sottotitolo al saggio Cultura senza capitale di Simone Verde: a giudizio del giovane storico dell'arte, responsabile della ricerca scientifica del Louvre di Abu Dhabi, c'è asfissia anche nel dibattito sulla tutela e sul valore del patrimonio culturale. Da una parte, scrive Verde, sono attestati i paladini di una privatizzazione, i «predatori e promotori di eventi che prendono in ostaggio siti e musei» utilizzandoli a fini commerciali. Dall'altra i sostenitori di uno statalismo che guarda con sospetto l'intrusione di altri soggetti i quali potrebbero muoversi «secondo priorità pubbliche e criteri nazionali». Le responsabilità non sono equiparabili, specifica l'autore, ma questo fronteggiarsi, a suo avviso, possiede un fattore paralizzante. Il libro di Verde contiene due parti, che fra loro non sono divise, anzi continuamente mescolate. In una è raccontata la storia di un'idea, quella che attribuisce ai prodotti dell'arte, dell'architettura, dei saperi consegnati in un archivio e in una biblioteca (e, si può aggiungere, del paesaggio) un ruolo di lievito civile, che non può essere trascurato se ci si propone un vantaggio anche economico per la propria nazione. Qui si possono appena ricordare l'Italia cinquecentesca, Vasari, la corte pontificia e Raffaello. E poi saltare al dibattito serrato nel- la Francia rivoluzionaria, dove a una iniziale iconoclastia (le statue di bronzo distrutte per farne cannoni), segue la dissoluzione dell'involucro ancien régime di tanta eredità d'arte per mettere questa al servizio dei cittadini di una nuova era. Altrettanto rilevante è la vicenda di James Smithson che, morendo nel 1829, lascia agli Stati Uniti una grande somma «per il progresso e la diffusione del sapere». Da cui sorge la Smithsonian Institution, il più grande complesso museale del mondo (1 miliardo e 200 milioni di dollari il bilancio, pari all'intero budget del ministero per i Beni culturali in Italia, per il 60 per cento soldi pubblici). L'esempio americano induce Verde passando alla seconda parte a smontare un luogo comune, quello degli Stati Uniti paradiso di una cultura in mano ai privati: su 43 miliardi di dollari investiti nel 2012, 30 sono pubblici e 13 privati. Ma non è di soli finanziamenti che vive il patrimonio, bensì se oltre a questi esso «ritrova un'utilità e una significazione contemporanea ». Vale a dire un'affabilità e una intensa relazione con il mondo che lo circonda, il che «è l'esatto contrario dello snobistico ritiro nella contemplazione di valori assoluti».
L'utopia concreta della cultura per tutti
Il patrimonio culturale italiano è scarsamente tutelato, con solo lo 0,19% del bilancio statale dedicato alla sua protezione. Il giovane storico dell'arte Simone Verde critica il "tradimento di un'idea italiana" e il dibattito sulla tutela del patrimonio culturale. Verde sostiene che ci sono due fronti contrapposti: da una parte, i sostenitori di una privatizzazione che vuole sfruttare il patrimonio culturale per scopi commerciali; dall'altra, i sostenitori di uno statalismo che guarda con sospetto l'intrusione di altri soggetti. Verde afferma che le responsabilità non sono equiparabili, ma che questo fronteggiarsi ha un fattore paralizzante.
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