L'idea di Franceschini e l'esempio della Leda degli Uffizi Natali: no saccheggi, con eccezioni. Acidini: meglio prestiti Non inganni la parola «depositi», avverte Antonio Natali, direttore degli Uffizi. Non induca in tentazione di pensare che quella parola sia dequalificante rispetto alla galleria, al museo propriamente detto. I depositi degli Uffizi «sono i luoghi dove il gusto e il senso del bello decanta e si registra» in attesa di capire, nel percorso storico, «come il gusto evolve». Occorre prudenza dunque quando si parla di traslocare opere «dimenticate» dei depositi per «riportarle nei luoghi di origine» come propone il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini nell'intervista sul Corriere della Sera di ieri. Una prova? «Attualmente, nella Tribuna del Buontalenti, di 32 opere 25 vengono dai depositi». Natali però rimane aperto e possibilista: «Sono disposto a discutere dipinto per dipinto e non sono un cieco burocrate come qualcuno vorrebbe dipingermi». Ma il principio di fondo rimane fermo: «I musei si sono formati per acquisizioni diverse e varie: riportare le opere nei luoghi di origine significherebbe spolparli». «Sono contrarissimo a saccheggiare i depositi in linea generale aggiunge ma favorevole a operazioni con un carattere di straordinarietà e sempre a patto che l'opera, che pure giace in deposito, non sia legata al museo tanto da costituirne un tratto identitario». Come quello prospettato da Franceschini che per quanto riguarda Firenze cita Leda e il ci gno di Tintoretto la «Leda Siviero» dei depositi e la possibilità di riportarla a Venezia. Spiega Natali che Leda e il cigno fa eccezione perché «è una delle opere che Rodolfo Siviero (lo 007 dell'arte, ndr ) ha recuperato dai saccheggi dei nazisti: trovo sensato che laddove si sappia il luogo di origine con certezza, e che questo venga effettivamente valorizzato dall'operazione, un'opera frutto di un recupero dopo una rapina di guerra possa tornare a casa sua». La proposta del ministro Franceschini viene definita «interessante» dall'ex soprintendente al Polo Museale, Cristina Acidini perché, è il suo ragionamento, potrebbe contribuire a sanare alcune situazioni che si sono stratificate nei secoli ma al contempo aprirebbe la strada a molti «casi particolari». «Che fare delle opere che Napoleone requisì e che poi sono tornate in Italia ma non nei loro luoghi di origine?», domanda Acidini. «Prendiamo, per esempio, Brera: lì ci sono capolavori che non appartengono alla storia di Milano, a quale punto bisogna fermarsi? Quale collocazione vince? La più antica o quella originaria?». Secondo l'ex soprintendente del Polo fiorentino andrebbe studiato un progetto su misura e «si potrebbe pensare a prestiti a lungo termine o a mostre ad hoc». Il critico d'arte Philippe Daverio, invece, è categorico: «Franceschini è bravo e mi sta anche simpatico, ma qui parliamo di cose molto delicate. I beni culturali vanno maneggiati con cura. Il ministro dovrebbe avere una formazione buona e approfondita sull'argomento e dovrebbe sapere che in un Paese poco protetto come l'Italia i musei restano l'unica garanzia. Basta farli funzionare!». Non solo, per Daverio la proposta è «troppo cervellotica. Mi spiace essere inelegante, ma un po' di informazione tecnica sarebbe d'uopo prima di esprimere i propri pensieri». «Immagini cosa succederebbe se alcuni capolavori del Rinascimento venissero riportati nelle chiesette di campagna per le quali furono concepite. Chi le custodirebbe?», conclude. Al direttore del Museo di Orsanmichele, Antonio Godoli, l'idea di «liberare» i depositi e di riportare le opere nei luoghi non dispiace affatto. Anzi, dice, «ci si può lavorare. Però bisogna fare dei distinguo perché potrebbero essere frutto di donazioni e lasciti o perché potrebbero essere opere storicizzate». Il ragionamento del ministro Franceschini, Godoli lo ritiene «affascinante e lungimirante», ma la condicio sine qua non è la sicurezza: «I beni culturali vanno sì valorizzati ma anche conservati nel migliore dei modi, affinché siano visibili ancora per secoli e secoli».