QUEL che colpisce nella polemica modenese sulla Palazzina dei giardini, che sarà svuotata dall'arte e riempita di cibarie, non è che venga toccata la sacralità di un museo: i musei bisogna toccarli, spolverarli, provocarli, con intelligenza. Né la figuraccia mediatica "zampone sfratta arte", esito di un po' di improvvisazione e di errori comunicativi. No, colpisce una certa confusione sul concetto di cultura. Il tema dell'Expo di Milano, almeno sulla carta, è "Nutrire il Pianeta", e dovrebbe richiamare l'attenzione sull'equilibrio alimentare e sulla fame nel mondo. Ma Modena, forse non a torto, l'ha interpretata come una fiera gastronomica, e ha aggiunto il suo stand: una expo di prodotti tipici locali. Del resto, non si sfama l'Africa con l'aceto balsamico. Così la giustificazione è diventata: noi però faremo "cultura del cibo". Ora, che il cibo sia cultura in senso antropologico, nessuno lo nega. Tutto ciò che l'uomo fa trasformando la natura in scambio sociale è cultura. Nel bene e nel male: infatti si dice anche cultura della guerra, cultura del sesso, ma se ci fai un'iniziativa culturale, s'intende che sarà un'analisi critica delle ideologie della guerra e del sesso. Allo stesso modo sarebbe bello se alla Palazzina, luogo di cultura, vedessimo svolgersi un evento di critica dell'ideologia contemporanea del cibo. Altrimenti, meglio chiamare le cose col loro nome, e dire che è stato requisito un museo per farci del semplice marketing territoriale, che è un utile investimento promozionale, ma con la cultura come investimento sulla coscienza critica del presente non c'entra un granché.