Invitato dalla Società Dante Alighieri, è stato a Bergamo il professore Salvatore Italia, capodipartimento per i Beni archivistici e librari del Ministero per i beni e le attività culturali, funzionario «di lungo corso» nel settore specifico, stretto collaboratore dei vari Ministri che si sono succeduti alla guida del Dicastero, da Spadolini, almeno, a Buttiglione. Presso il medesimo Ministero, alle cui fasi di fondazione e organizzazione ha contribuito in prima persona nel merito delle normative sul personale, Salvatore Italia ha diretto, dall'83 al '90, il Servizio rapporti internazionali, ed ha ricoperto, tra l'altro, le cariche di Capo di gabinetto e direttore generale per gli affari generali amministrativi. Professor Italia, negli orientamenti politici del ministero per i Beni culturali, ci sono state modifiche significative con il cambio della guardia Urbani-Buttiglione? «No, assolutamente, l'attuale ministro si è posto in piena continuità con l'amministrazione precedente, di cui, come ha dichiarato lo stesso Buttigliene, intende proseguire l'azione. C'è la stessa esigenza di tutela del patrimonio culturale, che già aveva guidato l'opera del ministro Urbani». A proposito di Urbani: cosa pensa del Codice che porta il suo nome? «Il Codice Urbani è stato elaborato dopo una serie di intese anche con la conferenza Stato-Regione, che ha approvato il testo. È una norma sulla quale c'è una convinzione di carattere generale. Anche se, naturalmente, si può perfezionare. La materia del diritto è fluida, anche per la continua, potenziale incidenza delle normative comunitarie. Attualmente, comunque, il Codice è a mio parere la normativa più completa che esiste nel nostro Paese per tutelare e valorizzare il patrimonio culturale». Quali sono, a suo avviso, i punti qualificanti del Codice? «Anzitutto il principio della tutela del patrimonio. Il Codice è importante anche perché prevede, a tal fine, una reale cooperazione e "concorrenza" tra stato e regioni. Questo, a mio parere, è fondamentale. La normativa, inoltre, non esclude l'intervento e la partecipazione dei soggetti privati, che già con la legge Ronchey erano abilitati in tal senso, sotto la specie dei servizi aggiuntivi: ora essi avranno un ruolo maggiore anche per ciò che riguarda la valorizzazione del patrimonio, con sistemi che sono di diversa natura: concessioni, partecipazione di enti. Ci sono molte norme che prefigurano le collaborazioni tra vari soggetti. Questo significa che il patrimonio culturale è qualcosa per cui tutti dobbiamo cooperare». Un paragone tra la realtà italiana ed altre realtà europee, da chi, come lei, ha ampia esperienza di rapporti internazionali, specie comunitari, in materia di beni culturali. «Se ci riferiamo a un discorso di tipo economico-finanziario, non c'è dubbio che vi sono Paesi che spendono di più per il patrimonio culturale. Noi abbiamo una sofferenza di bilancio, cui è destinato credo lo 0,24 per cento del budget complessivo: il che, rapportato con altre nazioni, è una grandezza certamente minore. Data la consistenza del nostro patrimomo, avremmo bisogno di cifre assai superiori. Sarebbe opportuna un maggiore possibilità di azione finanziaria, legata anche al fattore turismo. E qui vale un discorso di collaborazione sempre più vasta fra tutti gli enti interessati». Conosce la situazione specifica bergamasca, e, in particolare, della Biblioteca Mai, che è, soprattutto in ordine ai fondi tassiani, una delle biblioteche più importanti d'Italia? «No, non sono al corrente della situazione specifica. Ma posso dirle che abbiamo un progetto di digitalizzazione del patrimonio delle biblioteche del nostro Paese: la biblioteca digitale italiana, nel cui circuito potrebbe rientrare anche la Mai. Il processo di digitalizzazione, infatti, riguarda non solo le biblioteche statali, e penso, per esempio, all'Ambrosiana di Milano. La scannerizzazione oggi si fa con meccanismi sofisticati, che non danneggiano il libro, e consente una consultazione anche non in loco, ad ulteriore salvaguardia del bene». Riprendendo una formula di Costanzo: cosa c'è dietro l'angolo? «Sicuramente una maggiore consapevolezza, da parte di tutti, dell'importanza del nostro patrimonio culturale e dell'attrazione che può avere sotto il profilo turistico. Ciò significa mettere da parte eventuali gelosie sulle titolarità dei poteri. Dovremo capire tutti che conviene eliminare incongruenze e disparità. In Italia c'è una diffusa disarmonia sul territorio. C'è, troppo spesso, una dispersione di forze, mentre necessiterebbe una concentrazione e un coordinamento tra tutte le componenti interessate. Anche in una città come Bergamo bisognerebbe analizzare perché spesso c'è scarsa partecipazione agli eventi culturali, e attrezzarsi tutti, individuare percorsi particolari, promuovere le carte turistiche, le tessere per l'uso del mezzi pubblici. Ormai la conservazione del patrimonio culturale, negli anni, grosso modo, l'abbiamo garantita; ora si parla piuttosto di valorizzazione». Cosa pensa dell'esclusione dell'italiano, in sede comunitaria, dalle lingue di traduzione delle conferenze stampa? E' stata veramente, come è stato scritto, una «mortificazione dell'eredità umanistica», un modo di «seguire la logica quantitativa del più forte»? «L'intendimento è quello di battersi perché venga pienamente riconosciuta la dignità della nostra lingua, che non è certo inferiore a quella di altri Paesi. Ma, al di là di questo, smorzerei sicuramente i toni della polemica. Quello che interessa non è che in una conferenza stampa si parli questa o quella lingua. Quello che interessa è che noi siamo capaci di portare la lingua e la cultura italiana nel mondo, attraverso un'azione sempre più efficace. Questo aspetto degli organismi politici comunitari si può discutere in chiave di "dignità"; ma non da ciò dipende la sorte della lingua italiana. È un episodio, magari discutibile, ma non mi pare che da questo derivi una sorta di emarginazione del nostro Paese».