CASTEL VOLTURNO Nel mezzo del Villaggio Coppola comune di Castel Volturno, provincia di Caserta, venti minuti di tangenziale da Napoli c'è un palazzotto in mattoncini rossi. Sulla parete cinque stemmi. I primi quattro sono delle Repubbliche marinare che tutti abbiamo studiato a scuola: Amalfi, Pisa, Genova e Venezia. D quinto è della Repubblica marinara dei Coppola. Basta questo dettaglio, questo piccolo segnale da delirio di onnipotenza, per farsi un'idea di come andavano le cose da queste parti fino a una manciata di anni fa. «Qui lo Stato siamo noi», sembra dire quello stemma. Ed era vero (sperando di poter parlare al passato). Questa storia così incredibile da sembrare inventata comincia nel 1964, quando il Comune rilascia d'un botto 500 licenze edilizie a Cristoforo e Vincenzo Coppola. In località Pinetamare, cominciano a costruire sul loro, i due fratelli. Ma si sa, l'appetito vien mangiando. E così, casa dopo casa, facendo a meno anche delle licenze, i Coppola si allargano sul terreno demaniale e si spingono fino al mare. Anzi, fin dentro il mare, visto che realizzano, sempre senza permessi, dodici "pennelli" frangiflutti, un porto turistico e una darsena. Nasce così quello che anche sulle carte stradali si chiama, appunto, Villaggio Coppola: un chilometro per cinque, con 2.600 alloggi, 200 negozi, cinque alberghi, scuole, una chiesa, una caserma dei carabinieri. E le tristemente famose otto "torri occidentali", poi demolite. Per Pio Baldi, responsabile della direzione per l'architettura del ministero dei Beni culturali, è «la cosa più brutta mai costruita in Italia». Per il prefetto Giancarlo Trevisone, da cinque anni commissario di Governo a Castel Volturno, un «caso unico al mondo di violazione delle regole». Primato che non manca di un degno contorno: quello di un Comune sciolto per infiltrazioni camorristiche, tutt'ora privo di Piano regolatore, con 22mila abitanti e 12mila costruzioni abusive (stando almeno alle denunce del Wwf). In realtà, a Pinetamare, è persino impossibile stabilire con esattezza cosa è stato costruito con licenza e cosa no (un incendio in Comune ha distrutto parte della documentazione). Così com'è impossibile determinare con precisione le titolarità dei terreni. Tant'è che su 54 ettari, 11,4 sono di indiscussa proprietà privata, 12 di altrettanto indiscussa proprietà pubblica e gli altri sono oggetto di un contenzioso che ha alimentato ben 180 cause civili. Cui si aggiungono i procedimenti penali avviati dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere e i processi per danno ambientale al Tribunale di Napoli. Certo è invece che per 34 anni, dal 1964 alla nomina del commissario, nel 1998, a Castel Volturno lo Stato non si è visto. Nonostante le battaglie di un magistrato (Donato Ceglie), di un sindaco (Mario Luise), i rapporti di polizia e carabinieri, le denunce del Wwf (la prima è del 1974). A conferma della rete di complicità, di collusioni, di omertà sulla quale hanno potuto contare, a lungo, i Coppola. Con episodi che sconfinano nel grottesco. Com'è il caso della palazzina venduta alla Repubblica di Turchia, con tanto di decreto autorizzativo del Presidente della Repubblica. O delle migliaia di militari americani che per 13 anni, dal 1980 al 1993, hanno occupato le otto, oscene torri. Prima di trasferirsi nel villaggio che Cristoforo Coppola ha costruito appositamente per loro, a un passo da Castel Volturno. Di evidente c'è poi la tristezza e la desolazione di questo posto, non a caso scelto dal regista Matteo Garrone per girarci il suo angosciante L'imbalsamatore. Un posto dove i tecnici del commissario Trevisone preferiscono farsi scortare dalla polizia. Dove gli uomini del clan dei Casalesi avevano aperto decine di stabilimenti balneari totalmente abusivi. E gestivano, in collaborazione con i nigeriani, un floridissimo commercio di donne e droga. Lungo la statale Domiziana, sulle spiagge e soprattutto nella pineta. Demaniale, è chiaro. Ora la pineta è stata ripulita e quasi interamente recintata (i lavori si stanno concludendo). La Domiziana non è più un bordello d'asfalto (ma le prostitute nigeriane non sono certo scomparse). Gli stabilimenti balneari abusivi sono stati demoliti. Lo Stato, insomma, ha rimesso piede a Castel Volturno. Anche se, osservano i più critici, lo ha fatto scendendo a patti con il diavolo, trattando con i Coppola. Trevisone, che "scade" a giugno e ha appena inviato al Governo la sua relazione conclusiva, ha infatti messo a punto un'ipotesi di transazione che dovrebbe essere firmata entro l'estate. E che chiude il capitolo più delicato e complesso, quello cioè relativo alla titolarità dei terreni. «Posso capire dubbi e perplessità dice il commissario, oggi prefetto di Livorno ma mi sembra che non ci fossero molte alternative. Non potevo mica mandare i B52 e radere al suolo il Villaggio. Ci abitano in 5mila, e 1.500 famiglie hanno un regolare atto di acquisto. Firmato in buona fede, o supposta tale. Abbiamo quindi cercato una soluzione onorevole per lo Stato. Che ripristinasse la legalità in una zona dove si era perduta. Cercasse di riparare, sia pure in maniera alquanto parziale, allo scempio ambientale. E chiudesse le 180 cause civili pendenti. Senza ovviamente pregiudicare in alcun modo i procedimenti penali, i processi per danno ambientale e qualunque altra iniziativa sanzionatoria e risarcitoria dovessero decidere i vari ministeri coinvolti e lo stesso Comune. Tant'è che io stesso ho ipotizzato richieste danni per circa 200 milioni di euro. Non è, insomma, un atto tombale, una sanatoria generalizzata». Un atto di pacificazione, piuttosto. In base alla transazione, i Coppola sono debitori allo Stato di 43 milioni di euro. Sette verranno pagati in contanti. Gli altri sono il controvalore degli edifici che verranno acquisiti dallo Stato e dei lavori (garantiti da apposite fidejussioni) che i costruttori realizzeranno per ristrutturarli. I Coppola, che stanno partecipando a un accordo di programma con la Regione sul rilancio turistico dell'area e avevano quindi tutto l'interesse a chiudere il contenzioso con lo Stato, sistemeranno anche la zona costiera e realizzeranno un parco naturalistico di 63 ettari su terreni di loro proprietà. Meglio di così, da questo pasticciaccio brutto, forse non si poteva davvero uscire.