Trento. Sarà che il vociare d'oggi ci abitua ad altri registri. Sarà che l'immediatezza virulenta offusca la pacatezza della pazienza, della riflessione complessa. Fatto sta che l'approccio di Cristiana Collu, dal 2012 direttrice del Mart, non sempre è stato compreso. Specie oggi che il suo mandato termina con un pizzico di amarezza (a lei, sia chiaro, il sorriso non manca). Ospite del forum organizzato dal Corriere del Trentino , Collu offre allora uno scorcio interpretativo (e quasi filosofico) sul suo modo d'intendere l'arte, la cultura, il museo, la cosa pubblica, il cambiamento. Lo fa citando Joseph Nye. O meglio: rilanciando il concetto di soft power. La potenza, spiega parafrasando Antonio Gramsci, non si compone solo dei più tradizionali aspetti hard , materiali (come quelli rappresentati dalle risorse economiche e militari), ma anche di quelli immateriali, legati per definizione alla cultura e agli ideali che incarna. Quanto al Mart, il museo s'è rivelato «araba fenice»: un «vaso di coccio» in grado di reinventarsi e fare spazio a un nuovo fratello. Il Muse, s'intende. Direttrice, una domanda a bruciapelo per rispondere alle perplessità di categorie economiche (e non solo) che al Mart chiedono e si aspettano molto: il museo cosa fa per il Trentino e per Rovereto? «Mi viene in mente una citazione di Péter Esterházy (il riferimento è rivolto a Il libro di Hrabal , ndr ): "Lei ha mai vissuto in un'epoca che non fosse di transizione?". Ecco, oggi pare mancare la consapevolezza del cambiamento che è sempre in atto, malgrado appaia a noi solo come risultato. Per capirci, il Mart è mutato dal 2002 fino al 2011. Quando poi Gabriella Belli ha lasciato, c'era già una trasformazione in atto. Ancora: rispetto all'accelerazione degli ultimi mesi, c'erano già dei segnali. È chiaro, quindi, che il compito più difficile è gestire il cambiamento. Alla domanda voglio rispondere citando il concetto di soft power che è proprio della cultura umanistica: se giudichiamo solo in termini di efficienza (o di soluzioni), trascurando ciò che risiede a monte, lì si annida il pericolo. Quando proposero a Winston Churchill di tagliare i fondi destinati all'arte e allo sviluppo della cultura per sostenere lo sforzo bellico, egli semplicemente chiese: "Ma allora per cosa combattiamo?". Anni dopo, Robert Kennedy affermò: "Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro Paese. Può dirci tutto sull'America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani". Spesso cerchiamo solo soluzioni immediate ma, alla fine, l'esito è una mancanza di visione. Nei momenti di difficoltà non c'è bisogno di ragionieri. Al contrario: c'è bisogno di un guizzo, di cambiare le cose. Quando le istituzioni come un museo o una biblioteca non sono percepite come assolutamente necessarie, il che non significa intoccabili, allora è chiaro che la percezione dei cittadini ha bisogno di essere ri-sintonizzata. I problemi non si risolvono con la ragioneria ma con le idee, come ha fatto questa Provincia fino a poco tempo fa, e non solo perché aveva molte risorse: sicuramente le aveva, ma possedeva anche il desiderio e la passione di essere in prima linea». Come spiegare ai trentini che un museo li aiuta a crescere? «Understatement è una parola che mi piace molto e forse dovrebbe essere più frequentata. Quando parlo di soft power mi riferisco a questo: se c'è una possibilità per la cultura è solo seguendo tale modalità. La cultura è un vaso di coccio tra vasi di ferro. Cosa accade, allora, si rompe sempre? Ha sempre la peggio? Non lo so, a ogni modo il suo essere vaso di coccio è sia una condizione sia un'enorme possibilità: quando si rompe dà spazio ad altro, risorge come un'araba fenice. Understatement e soft power implicano allora una trasformazione della leadership che dovrebbe dimenticare l'apicalità, adottando piuttosto una visione orizzontale che ha quindi un orizzonte per immaginarsi all'interno della comunità con un ruolo non basato sulla gerarchia quanto sulla responsabilità. Dobbiamo quindi saper ascoltare e stare in ascolto. Tale interpretazione della leadership forse è nuova, ma non ci sono altre vie per avere una visione capace di mettere in campo un'intelligenza emotiva ed emozionale, in grado coinvolgere la comunità». Parla di coinvolgimento: come realizzarlo? «Ecco, questo è il nodo. Noi abbiamo parlato di museo partecipato. Io sono consapevole della forza che posso mettere in campo per adoperarmi, così come dice Luisa Muraro, a disfare senza distruggere e lottare senza combattere; ho fiducia nell'istituzione pubblica, seppure ora sembri in difficoltà. È solo da tale visione partecipata della comunità che arrivano grandi risultati. Se Samantha Cristoforetti è nello spazio, alla base c'è un progetto voluto dallo Stato». Qual è stata la cifra della sua conduzione? «La carriera del museo è stata straordinaria. Con la mia gestione c'è stato un orientamento più forte nei progetti di ricerca rivolti sia all'interpretazione del territorio, sia all'analisi di tematiche specifiche, che preoccupano il nostro tempo. Sono stati poi esplorati ambiti nuovi quali il design e l'architettura. Quindi il museo ha dimostrato di poter andare avanti non con il pieno ma con tre quarti (forse anche metà). Ha dimostrato, ancora, di essere flessibile perché è l'arte stessa che rende tutto più semplice, sfuggendo a logiche legate solo ai numeri. Il museo si è poi occupato dei più piccoli perché ha capito che la frequentazione normale, quotidiana, costruisce i visitatori di domani. Poi non dimentichiamo che il museo è un centro di ricerca, un centro di sperimentazione». Al suo successore che museo consegna? «L'ho sempre detto, sin da quando l'ho ereditato. Il Mart tre anni fa era una straordinaria piattaforma. Oggi il museo non ha perso quota, in termini di reputazione lascio un'istituzione in ottima salute finanziaria e lo devo a tutte le persone che hanno lavorato con me. Al mio arrivo, nel 2012, il museo ha ripreso un assetto che ci ha permesso di gestirlo con 4 milioni di euro in meno rispetto all'anno precedente. Eppure nessuno se n'è accorto. In un panorama andatosi indebolendo, il Mart è rimasto un punto di riferimento assoluto. E tale reputazione l'ha conquistata tramite le attività fatte e gli azzardi condotti con successo. Le performance del museo le abbiamo misurate non sul numero di visitatori, seppur alti, ma sull'alto gradimento. Ci è stato chiesto un grande sforzo di coordinamento per aiutare la venuta del nuovo museo (il Muse, ndr ) e siamo stati davvero accoglienti: ancora una volta il Mart ha fatto il vaso di coccio, ricavando dello spazio. Però ribadisco un concetto: quando si hanno due figli che vogliono andare all'università vanno mandati entrambi all'università. I genitori consapevoli devono fare sacrifici per accudire i figli. Io sono un'inguaribile ottimista: il museo ha dimostrato di avere grandissime potenzialità. Ora il cambiamento va gestito senza adeguarsi con immobilismo altrimenti si crea l'estetica della recessione. Resta un'eredità da gestire. Questi tre anni si possono mettere tra parentesi ma non è così che si può costruire il ricordo». Il destino del Palazzo delle Albere è ancora vago. Pensa che avrebbe potuto fare qualcosa in più? «Due giorni dopo il mio arrivo sono andata a visitare le Albere; era in corso il progetto di adeguamento strutturale, si trattava di interventi minimi. Subito ho detto: perché non ne approfittiamo per fare una ristrutturazione più ampia? Il progetto, inizialmente di basso impatto, è diventato più importante. Chiesi di non avere nulla alle pareti, ipotizzando un'esposizione su base orizzontale: magari dedicata alla scultura, per rispettare così lo spazio. Poi il percorso è stato più lungo del previsto e si è arrivati a una scadenza naturale, già prevista, a luglio 2013 di riconsegna della Albere alla Provincia (lo prevedeva il contratto, ndr ). Quando successivamente è stata chiesta la mia opinione ho ribadito un concetto: il palazzo andava trattato come un monumento. Non è un rudere che si dimentica; l'atteggiamento più oculato era quello, anziché di aprire un nuovo museo insensato specie in epoca di divisione delle risorse di rivalutare il palazzo, non più contenitore ma contenuto». Citando Walter Benjamin: la riproducibilità tecnica dell'opera d'arte modifica il rapporto delle masse con l'arte? Per dirla altrimenti: la funzione educativa del museo come cambia in funzione di una cultura di massa? «Dobbiamo stare attenti a non caricare il museo di troppe aspettative, altrimenti non lo si fa funzionare. Il rischio è creare una barriera, un luogo elitario. Io sono distante da una simile posizione. L'atteggiamento del Mart, almeno con me, è stato tutto fuorché escludente. Viceversa, quando un luogo diventa inclusivo, quindi per tutti, smette di essere esclusivo. Il museo deve comportarsi, piuttosto, in modo democratico e parziale, poiché dichiara la propria la propria visione del mondo».