La scelta dell' amministrazione regionale di destinare tre milioni di euro aggiuntivi per gli scavi archeologici è una cosa molto giusta. La Sardegna, come il resto del paese è stata baciata dalla storia che le ha lasciato in eredità notevoli ricchezze archeologiche che aspettano solo di essere valorizzate. Riportarle alla luce è la condizione necessaria di questo processo di valorizzazione. Data la massa di potenziali reperti (si pensi solo al numero di nuraghi non scavati su una dotazione stimata di 7000), gli scavi possono richiedere ingenti risorse, per cui tre milioni di euro sono molto pochi. Ma le risorse per gli scavi sono solo una parte del processo di valorizzazione. Indispensabile è quello che viene dopo. In primo luogo l'esposizione in modo accessibile di quanto riportato alla luce. Chi va in un museo o visita un sito archeologico lo fa per sete di conoscenza e curiosità. Questa domanda deve essere soddisfatta in modo professionale, da persone che sanno di cosa parlano e lo fanno con passione. La presentazione, il racconto sono parte essenziale dell'esperienza. Guide che ripetono a pappardella una descrizione male imparata non svolgono un servizio utile. Il mercato archeologico è diventato un mercato globale e chi vi partecipa deve conformarsi ai migliori standard se vuole competere. Lo è da tanto le piramidi sono state per decenni una meta per la borghesia europea ma oggi il pool di visitatori potenziali si è espanso a dismisura, estendendosi agli Stati Uniti e all'Asia. Parlare nella loro lingua è essenziale. In secondo luogo, occorre raggiungere questi mercati: non basta che i reperti esistano, la loro esistenza deve essere portata a conoscenza dei potenziali visitatori. E bisogna anche invogliarli, incuriosirli, attrarli, convincerli che quel reperto è più interessanti di altri, che la civiltà che vi è dietro merita di essere conosciuta ed esplorata. I nuraghi competono non solo con i bronzi di Riace o i templi greci di Agrigento, ma direttamente con Stonehenge e i menhir della Bretagna così come con i siti archeologici sparsi nel mediterraneo. Stonehenge, per chi lo ha visto, non lascia a bocca aperta quanto il Nuraghe di Torralba o quello di Barumini, ma attrae un milione di visitatori l'anno, di cui la metà stranieri, Barumini 60 mila (60 stranieri). La ragione è che Stonehenge suscita curiosità perché intorno ad esso gli inglesi sono stati capaci di costruire una storia, in parte fatta di mistero in parte di serissima ricerca che si è trasfusa poi sulla stampa contribuendo alla popolarità del sito. Le tracce visibili della civiltà nuragica, pur molto più ricche e affascinanti, non suscitano altrettanta attenzione. Stonehenge riceve su Google 16 milioni di citazioni, la parola nuraghe solo 500 mila. Il fatto che il sito del nuraghe di Torralba sia solo in Italiano non aiuta; così come non aiuta il fatto che in Regione non c'è una buona descrizione in inglese delle risorse archeologiche dell'isola. Cosa fare? Occorre universalizzare la preistoria (e la storia) della Sardegna, renderla interessante al mondo. Pochi mesi fa avevo suggerito al presidente Pigliaru di promuovere delle collaborazioni con i centri di ricerca archeologica delle principali università americane, Princeton, Harvard, Stanford e Chicago per spingere la ricerca archeologica in e sulla Sardegna, ad esempio con campagne di scavi comuni, esposizioni di reperti Sardi in questi centri etc. Perché con queste università? Per diverse ragioni. Perché le università americane hanno ricercatori di grande talento, anche in questo settore, ma non hanno siti da scavare. La Sardegna ha meno ricercatori ma molti siti da studiare. Vi è quindi complementarietà. Perché sono leader della ricerca e i loro studi fanno da apripista nei dibattiti e vengono più facilmente ripresi dai media. Un articolo pubblicato su Science mediamente raggiunge 1-2 milioni di persone in tutto il mondo e viene ripreso dai principali media. Sono questi che creano poi la narrativa e l'immagine del posto e suscitano l'interesse nel visitatore. Perché hanno notevoli risorse economiche da investire negli scavi, ben superiori ai tre milioni che la regione ha messo a disposizione. In breve, è un modo per avviare una campagna per inserire la Sardegna nel mondo globale e, anche per questa strada, sfruttare il potenziale economico del patrimonio storico.