Eccezionale scoperta degli archeologi in Garfagnana. Il monile dell'età del bronzo era indossato nei rituali «Lì per lì ho pensato a un falso. Ma mi è bastata un'ora per capire. Non solo è vero, ma incredibilmente bello e prezioso. Un rarissimo tesoro». Giulio Ciampoltrini, funzionario della Soprintendenza archeologica toscana, racconta i momenti immediatamente successivi all'eccezionale scoperta, avvenuta su una rupe a Cima La Foce, sulle propaggini del monte Pania di Corfino in Alta Garfagnana, di un paramento risalente a circa tremila anni fa, più o meno all'Età finale del Bronzo. E' un capo di abbigliamento femminile, in bronzo appunto, caratterizzato da uno stupefacente intreccio di catenelle sospese a tre elementi traforati, che si concludono in una sequenza di pendagli lanceolati: non un capo da tutti i giorni, ma un ornamento di una signora d'alto rango, che lo indossava sulle spalle e sul petto in momenti rituali. Di quell'epoca lontanissima erano già state fatte altre scoperte in Garfagnana, ma si trattava di oggetti per lo più di uso quotidiano, non di tale rilievo. Ciò conferma la centralità e la ricchezza di questo territorio fin dalla preistoria e ne valorizza l'importanza archeologica. Che, tuttavia, ancora oggi resta sulla carta, mancando un museo dove possano essere riunite le numerose testimonianze rinvenute in vent'anni di scavi e che hanno messo in luce tutta la storia della Garfagnana così come è narrata dalla terra: dal Mesolitico all'Età del Bronzo, i periodi degli Etruschi e dei Liguri, la vita d'età romana, i castelli del Medioevo fino al periodo estense e lucchese d'età moderna. «Credo che un oggetto raro e prezioso come quello di Cima La Foce dice Ciampoltrini non possa rimanere confinato nei depositi, come è successo per la gran parte dei reperti. Intanto, però, sarebbe importante almeno farlo vedere al pubblico in una mostra, il cui titolo potrebbe essere "La signora delle rupi"». Monili simili, del resto, sono noti solo in altri tre posti al mondo: due nel sud della Francia e uno in Piemonte. «Ma nessuno precisa Ciampoltrini è sontuoso, complesso e integro come quello garfagnino». A scoprirlo, su quel cucuzzolo che dominava uno degli itinerari di collegamento tra il fiume Serchio e la Pianura Padana, sono stati i volontari Nicola Salotti e Alessandro Bonini del Gruppo archeologico garfagnino, un insieme di appassionati che ha contribuito in modo determinante ad arricchire la carta archeologica della Garfagnana. A Ciampoltrini, che ha diretto quelle ricerche oltre ad alcuni tra i più importanti scavi in tutta la Lucchesia, i due si sono rivolti perché vagliasse attentamente il reperto e confermasse ciò che a loro era sembrato subito come qualcosa di straordinario. E l'esperto non ha avuto dubbi. Sciolte le perplessità della prima ora, «indispensabili dice perché gli scherzi archeologici sono sempre in agguato quando si ha a che fare con qualcosa non immediatamente riconducibile a tipologie frequentate e conosciute», Ciampoltrini ha legato il monile di Cima La Foce agli esemplari francesi e a quelli, rinvenuti alcuni anni fa a Chiusa di Pesio, in Piemonte, già ampiamente studiati e datati. «Ma il capo trovato sulle montagne garfagnine spiega l'archeologo ha un'architettura più complessa, che parrebbe dovuta alla congiunzione di più paramenti singoli, forse addirittura tre». Il prezioso cimelio ora è nelle mani dei restauratori della Soprintendenza archeologica fiorentina. Il tempo necessario a riportare il metallo allo splendore iniziale servirà anche ad analizzare meglio il monile, sulla base delle indagini condotte sui materiali di Chiusa di Pesio, e a decifrare nell'intreccio delle catenelle la presenza di tre paramenti congiunti in uno: quest'ultimo aspetto potrebbe portare alla classificazione dell'ornamento come unico, del tipo cioè "Cima La Foce". L'archeologo Silvio Fioravanti L'archeologo Silvio Fioravanti Che un oggetto così straordinario si trovasse su un cucuzzolo della Garfagnana non ha stupito Ciampoltrini . «Sapevamo afferma - che la valle del Serchio, già prima del 1000 avanti Cristo, era un punto nevralgico dei traffici tra l'area costiera del Tirreno settentrionale e la Pianura Padana, dopo il periodo buio seguito alla drammatica crisi del 1200. Un oggetto così importante conferma tale centralità. Agli albori del primo millennio, infatti, prosperarono i "signori delle rupi", gruppi sociali d'alto rango insediati sulle vette della Valle del Serchio lungo gli itinerari che collegavano la Toscana e le zone del Po. Abilissimi negli scambi, che si basavano soprattutto sullo sfruttamento delle risorse del territorio, e quindi facoltosi e potenti da permettersi oggetti straordinari come il paramento». Secondo l'archeologo, dunque, non si tratta di un enigmatico ritrovamento isolato. «E' piuttosto dice - un prezioso e risolutivo documento di un'epoca ormai adeguatamente riconosciuta, durante la quale la Valle del Serchio costituì il terminale di un'area culturale che andava dalla Francia sud-orientale alla Pianura Padana e da qui si apriva verso le comunità un tempo dette protovillanoviane oggi potremmo dire senza incertezze etrusche della Toscana settentrionale e, in generale, del Tirreno». Un'anticipazione di quanto succederà anche dopo, con i contatti e gli scambi messi in atto da Etruschi e Liguri che popolarono la Valle del Serchio, prima delle guerre scatenate dalla politica romana. Una testimonianza significativa di ciò che fu la vitalità etrusca, peraltro, è arrivata dagli scavi in località Murella, poco distante da Castelnuovo, condotti dagli archeologi Silvio Fioravanti e Paolo Notini tra il 2005 e il 2012. Là è venuto alla luce un villaggio del VI-V secolo avanti Cristo, che ha regalato un'infinità di informazioni e numerosi reperti tra cui ceramiche da mensa, pesi da bilancia, attrezzature per la tessitura della lana, una rara coppa con iscrizione, grani di collana in ambra e pasta vitrea. Segni di un'attività fiorente, incentrata sull'esportazione del legname, della lana e della pece. Importanti tracce dei Liguri, invece, furono trovate in precedenza sul Monte Pisone, la triplice vetta che sovrasta le Verrucole di San Romano, e sul Colle delle Carbonaie, tra Castiglione e Villa Collemandina: quest'ultimo rimane tuttora uno dei più importanti documenti della cultura ligure, non solo della Garfagnana.