LA QUESTIONE di Napoli metropolitana sembra rientrare in questa sindrome abbastanza diffusa. In un incontro pubblico, Antonio Bassolino, di recente, ha ricordato la sua adesione al modello di gestione alla tedesca, ristretto a poche, grandi realtà urbane, mentre Ernesto Mazzetti ha suggerito di farci una ragione dell'attuale fase di stallo ricordando che, ormai, il ricorso al commissariamento serve a risolvere le "grane", passate e presenti, della città. Non sono soli e si fanno interpreti di una diffusa resistenza dell'opinione pubblica, nel capoluogo e nei 92 Comuni dell'ex provincia di Napoli, a sostituire città e municipi con un'unica grande comunità metropolitana. Un matrimonio di convenienza che la legge impone di celebrare e che tutti si augurano di limitare alla condizione di separati in casa che si spartiscono lo stesso spazio dividendo risorse e incombenze. Uno stato d'animo tutt'altro che infondato, se si considerano, a ben vedere, le condizioni di disagio di un territorio che chiede interventi contro la recessione e paventa l'"ammucchiata" di antiche e distinte identità municipali. Ma anche una reazione inadeguata ai problemi che suscita la coabitazione tra enti locali, grandi e piccoli, nel ristretto habitat della ex provincia. È stato spesso osservato che a Napoli, per competere con gli altri centri metropolitani del paese, non resta che aumentare le dimensioni e la qualità delle funzioni urbane e darsi una governance unitaria attraverso l'elaborazione dello statuto e del piano strategico metropolitano. Ma non si è abbastanza insistito sul fatto che, qui e ora, anche senza le bardature di una nuova sovrastruttura istituzionale, è impossibile parlare di rilancio civile e sociale del territorio senza assumere, come punto riferimento, una ampia visione di insieme. Il problema delle periferie, da Scampia e Ponticelli ai più vasti spazi dell'entroterra provinciale, va affrontato attraverso una riconversione su scala provinciale del sistema dei trasporti e dei pubblici servizi. Le difficoltà irrisolte di Bagnoli non si superano prescindendo dal destino dell'intera area flegrea. E Pompei, dove la riorganizzazione, già in atto, prevede la definizione di "un piano strategico" per il risanamento e la valorizzazione dei siti archeologici e dei beni artistici collocati nella filiera dei Comuni costieri tra l'area degli scavi e Napoli, non si rilancia senza tratteggiare una più ampia strategia territoriale e regionale. Insomma, anche fuori del percorso istituzionale previsto dal governo, l'esigenza di "pensare in grande" nasce dalla necessità dei fatti che ci dicono di progettare la città metropolitana, senza "ammucchiate" di qualunque genere e incalzando la politica a pianificare un vero futuro per Napoli, si chiami città capoluogo o area metropolitana. È quanto suggerisce l'associazione "Noi per Napoli" che sollecita, tra l'altro, l'apertura di un portale per una discussione aperta alla più ampia partecipazione di idee e interessi e che, oggi alle 16, all'Istituto italiano per gli studi filosofici in via Monte di Dio 14, discuterà su "L'area metropolitana: dallo Statuto al progetto" con Luigi de Magistris, Anna Rea, Francesco Tuccillo, Domenico Tuccillo, Paolo Russo. Concluderà Umberto Ranieri.