La recente polemica tra Antonio Paolucci e Anna Maria Petrioli Tofani circa l'opportunità di inviare in Cina numerosi capolavori presenti nelle collezioni museali fiorentine ripropone una eterna disputa: quella tra fruizione dei beni culturali e loro uso anche a fini di promozione economica da un lato, e conservazione e tutela del nostro patrimonio artistico dall'altro. Premesso che il tema non consente una soluzione una tantum ma deve essere affrontato caso per caso, anche senza entrare nel merito della vicenda fiorentina (ove tuttavia si registra un crescente uso delle nostre opere d'arte a fini promozionali), si possono fissare alcuni principi cui attenersi. Il primo punto fermo è che decisioni delicate quali quella di far viaggiare opere d'arte di grande valore, ma spesso anche di grande fragilità, e valutazioni complesse quali quella di stimare il «ritorno» economico di tali intraprese, è opportuno siano quanto più possibile collegiali ed espressione di diverse professionalità, e non affidate ad una sola istituzione ed in buona sostanza ad una sola persona. Valorizzazione e tutela sono insomma funzioni profondamente diverse che dovrebbero essere affidate ad istituzioni diverse. Quanto è preoccupante è che in Italia esse rimangano invece affidate alla sola amministrazione dei Beni Culturali, al cui interno vige un principio gerarchico. Alla unicità della istituzione finisce così con l'accompagnarsi l'intervento di una unica persona: in ultima analisi, è infatti il sovrintendente regionale che, nella solitudine della sua «scienza e coscienza», prende la decisione. Nel migliore dei casi i molti elementi di giudizio che devono concorrere alla decisione rimangono così confinati all'interno dell'amministrazione e non concorrono a stabilire criteri e precedenti; nel peggiore, essi portano come storicamente avvenuto nel caso fiorentino a perenni tensioni all'interno dell'organizzazione museale, a difficoltà di rapporti, e a occasionali manifestazioni di aperto dissenso che minando l'autorevolezza delle sovrintendenze finiscono col fare apparire ogni decisione arbitraria. Un ben più corretto assetto decisionale sarebbe certo venuto dalla creazione di quella «Fondazione degli Uffizi» da me più volte proposta e che, accettata dall'allora ministro Urbani, è stata fortemente osteggiata in sede fiorentina proprio da chi ne avrebbe maggiormente beneficiato. Alla Fondazione alla cui realizzazione sarà opportuno por mano dopo le prossime elezioni sarebbero infatti spettate le funzioni di valorizzazione e ordinaria gestione, fermo restando alla sovrintendenza la fondamentale funzione di tutela. Si sarebbe così promossa una corretta e trasparente dialettica tra funzioni e istituzioni diverse, e si sarebbe disposto di un agile strumento di gestione. Ne avrebbe guadagnato è opportuno ricordarlo oggi nel giorno in cui scioperano in tutta la nazione i lavoratori dei Beni Culturali la possibilità di por fine alla piaga del precariato, particolarmente viva a Firenze, e di accelerare i lavori per la realizzazione dei cosiddetti «Grandi Uffizi» grazie alla disponibilità di una stazione appaltante sottratta alle pastoie delle leggi che regolano la contabilità e l'esecuzione dei lavori pubblici. Ma non vi è peggior ostacolo di una burocrazia che ammanti il suo tradizionale rifiuto del nuovo con una pretesa di scientificità, nel mentre moltiplica se stessa: come dimostra proprio il caso del Ministero dei Beni Culturali, ove si contano oramai circa quaranta direttori generali. STEFANO PASSIGLI senatore ds