"Le concessioni durano tre anni, via via che scadono le rivedremo" "Non vogliamo ribaltare tutto, ma aggiustare quello che va aggiustato" NON è una marcia indietro. Né un ripensamento del modello». Il sindaco Nardella, che ai tempi in cui era vicesindaco di Renzi, fu di fatto l'inventore della formula dei dehors a modello sostanzialmente unico, salvo qualche differenza a seconda dei luoghi, non vuole smentire il suo assessore ma neanche se stesso. L'assessore allo sviluppo economico Giovani Bettarini addita una città troppo gonfia di dehors, come si sono battezzati in francese gli spazi esterni di caffè e ristoranti che peraltro in Francia si chiamano terrasse, e accusa le attuali strutture di essere tropo pesanti e invasive. Tavoli e sedie sulla nuda terra sembra la ricetta migliore all'assessore, come era sembrata anche a molti che la rimpiansero quando videro sbucare in centro i casottoni di comunale ordinanza: grossi, noiosi e ingombranti. Ma allora fu negata cittadinanza all'idea, peraltro portata avanti anche dall'allora assessore alla cultura, il filosofo Sergio Givone, che si pronunciò contro gli anti estetici «ordinati tinelli». «Adesso non distruggiamo niente e non cambiamo idea - nega il fare e disfare il sindaco - Anzi, andiamo avanti in perfetta continuità. Non c'è alcun cambio di direzione. Faremo solo un normale check up insieme alla so- printendenza per vedere cosa semmai va modificato, cosa obbligatoria dopo qualche anno di esperienza. Ma il modello viene confermato». Ci si chiede però quale sia la continuità del modello se si parla di rinunziare ai pomposi dehors a favore del modello via Martelli, seggiole e tavoli punto e basta. «Non è una rivoluzione, non si levano le strutture che ci sono», risponde Nardella. Eppure Bettarini parla di cominciare a toglierle presto da piazza del Duomo. «Beh, piazza del Duomo bisogna vedere - dice Nardella -D'altra parte io non ho mai detto di esserne entusiasta. Come della parte sinistra di piazza della Repubblica. Ma sono tutte cose che rientrano in un possibile alleggerimento sull'onda della continuità. Lo faremo insieme alla soprintendenza e soprattutto in piazza della Repubblica si tratterà solo di qualche aggiustamento ». Il sindaco sintetizza: «Le concessioni durano tre anni e gli esercenti lo sanno. Via via che scadranno le rivedremo come è naturale. Non per ribaltare ma per aggiustare dove è necessario ». Tre anni dunque, e poi la concessione si ridiscute. Nardella ai tempi aveva difeso i suoi dehors davanti a tutte le critiche. Da vicesindaco con delega allo sviluppo economico nel 2010 aveva firmato il protocollo con la soprintendenza per presiedere insieme alla sistemazione del suolo pubblico e lanciato un concorso internazionale per il miglior modello omogeneo di dehors. Poi, nel 2011 furono in sei i possibili modelli prescelti dalla commissione esaminatrice sui 57 presentati. Si formò a quel punto un comitato di tecnici che, con la partecipazione del soprintendenza, fissò tre o quattro tipologie desunte dai sei modelli, basate sullo stesso concetto di «terrazze » ben inquartate, geometriche e omologhe. Le quali, dotate ognuna di scrupoloso giglio di Firenze, nel 2012 cominciarono a sorgere. E piovvero le critiche di cittadini come di autorevoli personaggi, da Givone, come si è detto, a Richard Rogers, per non dire dei vari architetti fiorentini. A cui però Nardella risponde puntualmente. «Da due anni il Comune ha varato una politica dirompente sul decoro urbano. Da qui nasce il piano dei dehors per più di 300 occupazioni di suolo pubblico dentro le mura, immaginando un modello sistematico », scrive in un intervento su Repubblicadel 12 aprile 2012. Va avanti ricordando le brutture in plastica e il variegato «bestiario casuale e sregolato» precedentemente esistente. Accusa i commentatori di non avere criticato quella confusione ma essersi svegliati solo davanti a quello che in precedenza aveva definito «un grande risultato», come il patto con la soprintendenza, e ai dehors «minimalisti e moderni». In seguito (l'8 novembre 2012) Nardella risponde per le rime anche agli architetti: «Hanno sempre detto che bisogna fare i concorsi, che a Firenze se ne fanno pochi e che non si portano mai in fondo. Poi ne facciamo uno internazionale e loro lo criticano».