SE I Paesi che affacciano sul bacino del Mediterraneo, racchiuso dai tre continenti Europa, Asia e Africa, volessero dotarsi un giorno di un'unica bandiera, non potrebbero scegliere di meglio che un ramoscello d'ulivo, simbolo di pace per antonomasia. Ma anche di storia e di cultura. Quella storia e quella cultura che accomunano, appunto, le nazioni del "Mare nostrum" con al centro proprio la nostra Penisola: un codice genetico che testimonia per tanti popoli diversi un'origine e un destino comuni. L'albero dell'ulivo appartiene di diritto al patrimonio naturale, ambientale e alimentare della civiltà mediterranea. E l'Italia, dalla Toscana alla Puglia fino alle isole maggiori, ne è l'erede principale. Non solo per la produzione dell'olio extra vergine, una risorsa fondamentale per l'agricoltura e l'economia del nostro Paese e in particolare per il Sud. Quanto per il valore identitario che l'ulivo rappresenta sul piano ambientale e paesaggistico. Ecco perché l'epidemia di xylella, il batterio che ha già attaccato dieci milioni di piante nel Salento, è diventata un'emergenza nazionale. Nel senso che non riguarda più soltanto la Puglia, bensì l'intero territorio italiano. Già da tempo era scattato l'allarme per il pericolo del contagio alle altre regioni e questo avrebbe dovuto indurre il presidente Nichi Vendola a chiamare in causa il governo centrale, come ha deciso tardivamente di fare nelle ultime settimane. L'"oro di Puglia" non può rischiare di essere distrutto da un batteriokiller che minaccia ora il settore agro-alimentare, ma soprattutto un patrimonio collettivo di storia, cultura e tradizione popolare. E insieme, quell'industria del turismo che costituisce una risorsa preziosa per la ripresa e lo sviluppo di tutto il Mezzogiorno. La "peste degli ulivi" va debellata con un pronto intervento di Protezione civile, compatibile con il rispetto della natura e dell'ambiente, per poi adottare magari misure più strutturali. In gioventù, macchina fotografica a tracolla, amavo visitare le campagne pugliesi per ritrarre in bianco e nero questi alberi monumentali, scolpiti e contorti dal vento. Da emigrato, ho mantenuto l'abitudine di coltivare una pianta d'ulivo in vaso, come pegno di attaccamento e di memoria alla mia terra d'origine: mi ha sempre sorpreso e in qualche misura confortato la sua capacità di resistenza, anche nei rigori e nelle nebbie del Nord. E perciò da settembre ho adottato come tutor "Fulgenzio", un ulivo secolare che vive da più di cent'anni vicino a Palmariggi, nell'incantevole entroterra di Otranto.