Successore di Strehler e Grassi, è alla direzione del Piccolo dal '98. Oggi punta il dito sulle istituzioni e sul sistema delle Fondazioni L'ACCUSA. Se batto cassa mi dicono che non sono rilevante politicamente. LA SCALA. È un modello semi americano ma così si è creato un mostro. LA REGIA. Sarò uno statalista ma spetta alle istituzioni. GIGANTISMO. È ormai una malattia, si pensa che la cultura debba rendere. L'INVESTIMENTO. Un serio liberale non penserebbe mai che teatro, musica, cinema, letteratura sono affari da lasciare a sponsor e investitori. LO SLOGAN. Adesso va dì moda lo slogan "l'arte rende" e su quel "rende " si sono costruitigli alibi per i grandi disastri del mercantilismo. I POLITICI. Le responsabilità della classe politica in questa crisi sono grandi: per questo un ottimo assessore come Carrubba se ne va. LE SCELTE. La sopravvivenza quotidiana viene spacciata per strategia si esaspera il ruolo del privato e il pubblico abdica al suo. SOPRA la sua testa una locandina ingiallita, ricordo struggente della Milano di Strehler e Grassi. Lui sta qui, alla direzione del Piccolo Teatro, dal '98. E si vede benissimo che questo lavoro gli piace. Però Sergio Escobar si è un po' stancato dell'aria di "mercantilismo culturale" che da qualche anno tira in città. E sospira: «Lo sa qual è il nostro problema?» Lo dica lei, dottor Escobar. «Noi siamo i piccoli tra i grandi e i grandi tra i piccoli. E quando battiamo cassa la risposta è sempre la stessa: non siete politicamente rilevanti.». E' vero? "Forse. Comunque i nostri conti sono in pareggio, per ora." Per ora? «Se va avanti questo andazzo sarà sempre più difficile farli qua-drare». Perché? «Comprendendo i tre palcoscenici di Milano e le tournée, produciamo 900 spettacoli l'anno, una media di tre al giorno. Abbiamo in tutto 70 persone con contratto stabile e meno di 200 stagionali. Il bilancio è di 20 milioni di euro, autofinanziato per circa il 50 per cento. Denaro che arriva da abbonamenti, biglietti, sponsorizzazioni, affitto sale, proventi dei laboratori...». Non è contento? «Non starebbe a me dirlo, ma per un teatro stabile quel tetto è il più alto d'Europa. Così non va bene. Ma fosse solo questo...». Che altro c'è? «Per i tagli ai finanziamenti pubblici ogni anno il Piccolo perde 500mila euro. Quei finanziamenti, tra l'altro, arrivano sempre in ritardo: dallo Stato e dalla Regione, e in misura minore dalla Provincia e dal Comune. Stiamoaspettando 13 milioni di trasferimenti per il '95. Questo comporta evidenti problemi di programmazione e anche oneri aggiuntivi non indifferenti». Può quantificare? «Dal '99 a oggi oltre tre milioni di euro. Noi non abbiamo fini di lucro, ma paghiamo le tasse come se ne producessimo. Paghiamo anche l'Ires, che è la vecchia Irpeg, mentre gli enti lirici, come io continuo ancora a chiamarli, possono farne a meno». Sta dicendo che nel campo dei finanziamenti alla cultura la Scala fa l'asso pigliatutto? E che a voi rimangono le briciole? «Sarebbe difficile negarlo. In tutte le altre città il bilancio degli enti lirici, ora trasformati in Fondazioni, è meno alto di quello delle altre grandi istituzioni culturali. E mentre i fondi diminuiscono, la Scala si ingrandisce, si fa sistema: paradossale». Ma da quando è una Fondazione, la Scala ha finanziatori privati... «Già. Hanno adottato un modello un modello semiamericano: ai privati si chiede non di concorrere, ma di sostituirsi al pubblico. Ma così si partoriscono dei mostri». Addirittura. «Un serio liberale non penserebbe mai che la cultura è un affare da lasciare ai privati. A Milano la cultura non è più vista come investimento strategico, adesso va di moda un altro slogan: "la cultura rende". E su quel "rende" si sono costruiti alibi per creare grandi disastri. Mercantilismo culturale, ecco. Ma non nel senso buono: nell'Ottocento i grandi eventi teatrali erano spesso legati alle fiere del bestiame, e questa era una cosa normale. No, qui c'è qualcosa di diverso, e di peggiore». E cioè? «La sopravvivenza quotidiana spacciata per strategia. Nelle Fondazioni la presenza dei privati è obbligatoria, e il pubblico abdica al proprio ruolo perché il privato per definizione non ha motivazioni strategiche. Lo voglio dire in modo chiaro: la classe politica milanese ha grandi responsabilità per i problemi che stanno attraversando le grandi e piccole istituzioni culturali. E infatti un ottimo assessore alla Cultura come Salvatore Carrubba se n'è andato sbattendo la porta».». La cultura a Milano manca di una guida? «È così, anche se per questa mia convinzione hanno già cominciato a darmi dello statalista. Il Piccolo, la Scala, la Triennale, il Franco Parenti possono "rendere" nel senso buono del termine, cioè di seria offerta culturale solo se c'è un buon meccanico capace di assemblare e trasformare pezzi inerti in movimento. E invece si esaspera la funzione dei privati, a loro si fa credere che per fare "rendere" il Piccolo o la Scala basti vendere videocassette o magliette. Non se ne può più, da troppi anni siamo ammorbati da queste vestali del mercato malate di gigantismo». Gigantismo? «Hanno introdotto il principio della resa immediata: più grande è la fabbrica, più si produce. E più si guadagna. Risultato : non si guarda più avanti, non si sperimenta». Il Piccolo lo fa? «Lo fa promuovendo i festival internazionali, in particolare quello del Mediterraneo, le iniziative dedicate al rapporto tra teatro e scienza, le rappresentazioni in 16 lingue straniere portate a Milano. E anche collaborando al progetto della Casa della Carità voluta dal cardinal Martini: cultura alta collegata con la tragedie dell'emarginazione». Lei ha sempre esaltato il ruolo dei privati nelle istituzioni culturali. Ha cambiato idea? «Certi panegirici non li ho mai fatti. Prendiamo l'Orchestra Verdi, una presenza fondamentale per Milano. Non ho mai pensato che la Verdi abbia creato un surplus di offerta musicale, e quando Luigi Corbani ha esordito dicendo che la cultura si poteva fare solo con gli sponsor io sono insorto. Dissi che era sbagliato iscriversi alla demagogia del privatismo». Riccardo Chailly invoca per Milano l'arrivo di un nuovo Strehler... «Sono felice se a invocare Strehler sono degli artisti. Lo sarei molto meno se lo facessero dei politici, magari gli stessi che portano grandi responsabilità per lo stato della cultura milanese. Comunque Chailly ha anche detto che se ne andava perché le risorse continuano a diminuire». È solo questione di soldi? «Sono essenziali se correlati a progetti fattibili. Investire in un festival di teatro non è di per sé produttivo. Ma se il festival diventa anche l'occasione di costruire rapporti utili per la città, se risponde a una strategia più generale, diventa produttivo, eccome. Ma in un modo che a Milano non si riesce purtroppo a capire».