Qualche sera fa alla presentazione del libro "Se Venezia muore" di Salvatore Settis. La sala dell'Istituto Veneto di scienze, lettere e arti in Palazzo Franchetti gremitissima di folla, così attenta e motivata come accadeva in stagioni politiche e culturali ormai lontane. Chi ricorda i dibattiti a Ca' Giustinian organizzati da chi sarebbe andato a governare la città solo dalla metà degli anni Settanta in poi? Anche allora si discuteva appassionatamente dei "problemi di Venezia", per esempio del futuro di Porto Marghera (immaginando nuove zone industriali), della crisi del Porto e delle lotte dei portuali, dei veleni mortali dentro e fuori le fabbriche, della Biennale da dimenticare o da rifondare, del canale dei Petroli, delle petroliere da estromettere dalla laguna, e se ci fossero ancora delle speranze di rinascita per l'Arsenale o per la Giudecca. E c'era già, per fortuna, Italia Nostra, cui si aggiunse, dopo il 1966, con imprese indimenticabili per la salvezza di Venezia, anche l'Unesco. Dunque, il libro di Settis affronta un tema universale, la possibilissima fine di una secolare idea di città, e lo fa riflettendo con estrema preoccupazione sulla Venezia di oggi, sulla sua bellezza minacciata (dove per bellezza s'intende il tutto di una civiltà), sul suo essere pertanto simbolo della città in quanto "forma ideale e tipica delle comunità umane". Questo giornale documenta ogni giorno e in vari modi i pericoli mortali che mettono a rischio le virtù veneziane indicate da Settis quali valori imperdibili, i veri confini da non smantellare, se si vuole pensare "Venezia come un paradigma della città storica". E per pensare Venezia bisogna preservarne la comunità umana col pretendere il diritto al lavoro, ma soprattutto, per dirla sempre con Settis, col difendere in ogni modo il diritto alla città. Un diritto che ha più di un nemico purtroppo, a iniziare dal turismo e dalla sua, almeno in parte, pestifera galassia che estende su Venezia un indotto per più versi micidiale. Già nelle primissime pagine del libro appare una domanda inquietante: «Quale è mai la peste che va sterminando il popolo di Venezia?». Sia chiaro, il saggio di Settis attraversa in modo magistrale la complessità veneziana. Ma al centro di ciò che provoca la nostra ansia (appunto, se Venezia muore) c'è sempre quella peste, il turismo. In moltissimi pensano invece al turismo come al bene supremo e per sempre: una sorta di elisir di lunga vita per Venezia e per l'Italia. Scrive Settis: «La colpevole insistenza sul turismo come ragione ultima delle cure dovute al patrimonio culturale e al paesaggio trascura infatti il solo punto essenziale: quel patrimonio e quel paesaggio non sono dei turisti, sono dei cittadini». Con tutto ciò che ne consegue, aggiungiamo noi. Tra i presentatori dell'altra sera c'era anche Gian Antonio Stella, giornalista e scrittore che più noto e stimato non si potrebbe. E così, per pura coincidenza, accade che, esattamente il giorno dopo la serata contro la peste turismo che uccide Venezia, Stella scriva per il suo giornale, di cui è firma autorevole, l'articolo di fondo, per intero dedicato al turismo, un tesoro di cui l'Italia non si avvantaggia, perché «non ha piena consapevolezza di quanto il tema sia vitale per il nostro presente e il nostro futuro». L'articolo prende spunto da pubblicazioni e classifiche internazionali che puntualmente vedono il continuo arretrare dell'Italia nella contesa turistica mondiale, e se andiamo male nel turismo la colpa, giustamente osserva Stella, dobbiamo addebitarla a un "insieme" di tante cose che proprio non vanno nel nostro Paese. A cominciare, dicono quelle pubblicazioni, dalla cattiva gestione della politica e da tutto il resto che ben conosciamo e di cui Stella ci narra da anni. Non so se credere a quelle classifiche, anche perché ci sono tanti modi e criteri e interessi messi in campo da coloro che studiano e "vivono" di turismo.Quello che so è che ancora più turismo-ma turismo non andrebbe più chiamato né a Venezia, né a Parigi o a Londra o a Firenze-vorrebbe dire veder realizzato l'incubo di una Venezia non più città, perché già sconvolta da più 34 milioni di presenze ogni anno. Preferisco stare dalla parte di una Venezia città per pensare, una Venezia in cui a prevalere sia il modello islandese, che si è imposto al governo di Reykjavik pretendendo di verificare, prima di costruire un'autostrada, se questa fosse stata di disturbo agli elfi, da sempre in quei territori. Non ci resta che augurarci che qualcuno (a Palazzo Chigi? A Ca' Farsetti?) consideri i veneziani come degli elfi, né più né meno.