Nell'ultimo respiro il corpo si tende, lo spasmo prima della resa: i muscoli guizzano sotto la pelle, un occhio è già chiuso, l'altro sarà questione di un attimo. Perché mi hai abbandonato? Adesso il Cristo è qui, il suo sudario è un letto di polistirolo bianco che la tecnologia ha modellato al millimetro sul suo corpo, un calco virtuale in 3D per costruire questa specie di scatola nella quale è bloccato, dalla quale risalta l'incarnato, la nudità indifesa tra l'acciaio dei tavoli, i barattoli di solventi, le potenti lampade. Per laica bellezza o cristiana commozione, la sua visione arriva dritta al cuore. Torna al suo originario splendore qui a Udine, nel laboratorio di restauro della Soprintendenza per i beni storici, artistici ed etnoantropologici del Friuli Venezia Giulia, il Crocifisso di Donatello da secoli custodito nella Chiesa dei Servi di Maria a Padova, ma riscoperto e attribuito solo sei anni fa, quando da un'edizione delle "Vite" del Vasari trovata in una biblioteca dell'Univertà di Yale spuntarono note autografe dell'autore che facevano riferimento alla presenza di un Crocifisso dell'artista in quella Chiesa. Fu individuato sotto la crosta di un rivestimento di vernice color bronzo, applicata nel tempo per coprire il deterioramento: uno strato ocra, uno di porporina, due verdi. Scoperta l'opera, ci sono voluti anni per avviare il restauro: l'intervento doveva essere condiviso dalla comunità dei fedeli, che nei confronti di questo Cristo coltivano una speciale devozione. Nel 1512, in aprile, il costato per due settimane avrebbe stillato sangue; un miracolo riconosciuto dall'allora vescovo di Padova Paolo Zabarella, tanto che il sangue - chiuso in un'ampolla con i sigilli originali - è conservato nella Chiesa dei Servi ed esposto in circostanze eccezionali. Nel 2011, è arrivato il finanziamento e da 18 mesi il Crocifisso è al centro di un restauro complesso, appassionante, interamente gestito dalle Soprintendenze di Friuli e Veneto con professionalità interne, come sottolinea con orgoglio il direttore regionale per i beni culturali e paesaggistici del Veneto, Ugo Soragni. Il costo totale, 125 mila euro, comprese le assicurazioni, i trasporti eccezionali, gli stipendi dei restauratori che sono comunque dipendenti. È arrivato a Udine perché qui, dopo il terremoto del 1976, si è maturata una grande esperienza nei restauri lignei; sotto la direzione di Elisabetta Francescutti, lavorano fianco a fianco Angelo Pizzolongo, della Soprintendenza di Venezia, Belluno, Padova e Treviso, e Catia Michielan, della Soprintendenza del Friuli Venezia Giulia. Nell'ultimo anno e mezzo, il Cristo - staccato dalla croce - è stato radiografato a più riprese; trasportato con ogni cautela a Venaria, è stato sottoposto a 150 ore consecutive di Tac (la sola lettura dei referti ha richiesto sei mesi di lavoro). È stato analizzato da anatomisti dell'Università di Udine, scansionato in 3D, fotografato da ogni possibile angolazione, disteso, verticale, a figura intera, nei dettagli. Su di lui sono state eseguite indagini chimiche e stratigrafiche dimostrando che è di legno di pioppo, un ottimo legno non tarlato, ricoperto di gesso. Donatello ha lavorato di intaglio e di costruzione plastica: le lastre mostrano che il corpo è un blocco unico, le braccia, un piede e un alluce sono innesti. La calotta cranica è stata lavorata con gesso e colla, modellata con le mani. Il restauro è iniziato con la pulizia: il colore che lo faceva sembrare bronzeo è stato tolto. Oggi è chiazzato di bianco: è il gesso che è stato messo a colmare i punti in cui il rivestimento si era staccato: Pizzolongo e Michielan lo sfiorano con le dita millimetro a millimetro, deve essere perfetto perché a breve partiranno con il "rigatino", sottili strisce tirate a pennello, che a lavoro ultimato daranno l'effetto del colore uniforme. Nella sua storia travagliata, questo Cristo è anche caduto: manca una ciocca di capelli sulla fronte, non sarà ricostruita perché non c'è un originale cui appellarsi; si è spezzato le dita della mano sinistra, e i due restauratori hanno effettuato un calco di quelle della mano destra e le stanno ricostruendo. È nudo, le radiografie evidenziano una zona più pulita dal pube alla coscia, mostrano che un tempo era coperto: non si sa da cosa ma di sicuro, perché Donatello non ha dettagliatamente modellato in quella zona l'anatomia. Ma anche qui senza riferimenti nulla sarà inventato, sarà riconsegnato così. Dopo la pulitura, stanno emergendo con struggente bellezza anche i rossi: il sangue al costato, alle mani, ai piedi, i segni della flagellazione. Questo Cristo che Elisabetta Francescutti definisce «di sublime fattura, di divina bellezza», e «a costo di parere blasfema, sì, seducente», tornerà a Padova in marzo: il direttore del Museo Diocesano di Padova Andrea Nante lo aspetta, per presentarlo nella mostra "Donatello svelato" affiancato da quello realizzato dall'artista per la Basilica di Sant'Antonio a Padova e per Santa Croce in Firenze. I prestiti sono al momento sulla parola, ma dovrebbero essere formalizzati a breve. Sarà esposto dal 27 marzo al 26 luglio, sulla sua croce ugualmente restaurata. Poi tornerà solennemente ai Servi.
Le mani che curano il Crocifisso salvato di Donatello
Il Crocifisso di Donatello è stato restaurato nel laboratorio di restauro della Soprintendenza per i beni storici, artistici ed etnoantropologici del Friuli Venezia Giulia. L'opera, custodita nella Chiesa dei Servi di Maria a Padova, è stata scoperta dietro una vernice color bronzo e porporina. Il restauro è stato condotto con la collaborazione della comunità dei fedeli e ha richiesto anni di lavoro. Il Crocifisso è stato radiografato, scansionato in 3D e fotografato da ogni angolazione. Le indagini chimiche e stratigrafiche hanno rivelato che l'opera è fatta di legno di pioppo e gesso.
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