Il critico e polemista è tranchant: «La testa è sommaria, il costato è rigido, non c'è segno del genio» UDINE. C'è chi dice no. I consensi, ampi, che arrivano dal mondo accademico lasciano del tutto indifferente Vittorio Sgarbi, la voce piú nota della critica artistica nazionale. «Opera di Donatello? Mah. Mi sa tanto che Caglioti si è incagliato», stronca con gioco fonetico che lascia ben pochi dubbi interpretativi. Al solito, il pensiero sgarbiano si manifesta netto: «Non condivido affatto l'attribuzione del Cristo della chiesa dei Servi di Padova al maestro». Ci sono dettagli ben precisi, alla base dell'asserto, ma in fin dei conti basta dare un'occhiata d'insieme per cogliere la forzatura, lo stridore fra la produzione di Donato di Niccolò di Betto Bardi e il Gesú morente che Marco Ruffini, in prima battuta, e Francesco Caglioti appunto, a catena, hanno ricondotto a uno dei padri del Rinascimento fiorentino: «È un'immagine piuttosto caricaturale, nel suo complesso», liquida Vittorio Sgarbi. «Una testimonianza dello stile dell'epoca, certo, ma assolutamente priva della verità, dell'umanità che contraddistingue i lavori di Donatello». Avanti con l'esame, allora, per suffragare la teoria. «Parto con una doverosa premessa, però - puntualizza il critico -: non ho visto il Cristo restaurato. Mi piacerebbe riuscire a farlo prima del suo rientro a Padova. Lo osservai con cura ai Servi, anni fa, e mi sembrò subito, di primo acchito, una derivazione, un'imitazione del linguaggio di Donatello». La presunta scoperta di Ruffini, storico dell'arte, e Caglioti (docente di storia dell'arte all'Università Federico II di Napoli, nonché autore di un monumentale studio su Donatello e i Medici) prende le mosse da un passo letterario, una nota manoscritta individuata su una rara copia della prima edizione de "Le Vite" del Vasari: recitava, l'appunto: «Ha ancor fato il Crucifixo quale ora è in chiesa di Servi a Padova». Di lí gli approfondimenti sul campo, i consulti, il verdetto. «La questione - frena tuttavia Sgarbi - è che un riferimento del genere non ha, non può avere, carattere probatorio». Di gran lunga piú significativa risulta l'analisi diretta della scultura: «E già sulla testa c'è da ridire. È... sommaria. Piú che il volto, però, è il costato a parlare. Sta lí, la prova sovrana: c'è un motivo geometrizzante che non ha nulla a che spartire con la tecnica di Donatello». Il raffronto con il crocifisso realizzato dall'artista per la chiesa di Sant'Antonio, sempre a Padova, fa emergere con evidenza le divergenze: fluidità e naturalezza del busto contro rigore matematico. «C'è un abisso, fra l'una e l'altra creazione. Movimento naturale contro moto meccanico. Immagino - ma prima di esprimere un giudizio avrei bisogno di osservare - che il restauro abbia reso ancora piú palese tale aspetto». Bocciando la tesi della stessa mano Sgarbi rifiuta, per logica conseguenza, anche la proposta cronologica formulata da Caglioti, a parere del quale il Crocifisso dei Servi sarebbe stato realizzato fra 1440 e 1445. «Piú tardi», sentenzia il critico. «Ricondurrei il manufatto a una fase postuma a Donatello: 1470, suppergiú». Una cosa, invece, è fuori discussione: «Non posso che plaudire alla scelta di un restauro in Friuli, terra che nel settore vanta un'illustre tradizione».