La complessità e le novità legislative che la politica sta offrendo in quest'ultimi tempi in tema di riorganizzazione della macchina amministrativa e gestionale dello Stato stanno toccando, fortunatamente, anche il campo della cultura. Non si tratta adesso di capire se un provvedimento è migliore di un altro o peggiore. A noi addetti ai lavori basta comprendere che si sta provando a cambiare prima che nei fatti, nelle metodologie e nelle prassi operative. Si sta provando, insomma, a innovare anche nelle procedure da mettere in atto per affrontare i problemi di gestione di siti e musei ben consapevoli che solo idee, uomini e inevitabilmente risorse sono gli unici strumenti capaci di produrre un'innovazione vincente. Tutto ciò è, dunque, un primo risultato che può innescare, in parallelo col necessario ringiovanimento delle classi dirigenti, un circolo virtuoso che può guidare il "sistema Paese" verso traguardi prima lontanissimi. Il recente rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese dice chiaramente che il patrimonio culturale non è in grado di produrre valore: economico ma anche numerico, cioè in termini di forze (giovani!) che si riesce a far restare nelle Università, negli Istituti di ricerca, negli istituti ministeriali che si occupano di tutela dei beni culturali. Stiamo attraversando un periodo storico dove la globalizzazione, le nuove tecnologie Ict, le riforme del welfare sempre in itinere, sottopongono a forti stress tutti gli operatori del settore "patrimonio culturale" impegnati quotidianamente a cercare soluzioni e modelli di business capaci di dare concretezza a idee e progetti. Ogni processo ha percorsi da seguire e azioni chiave da mettere in pratica. Osserviamo, ad esempio, ciò che accade in Sicilia, dove da un po' di tempo il sistema dei beni culturali è disorientato e immobilizzato perché la politica non è in grado di costruire alcuna visione integrata e di sistema capace di consolidare e ottimizzare risorse, energie, sforzi. La politica ha il compito di tradurre in azioni le proposte che provengono da fonti diverse, tracciando i piani d'investimento sul territorio non più unilateralmente ma necessariamente recependo input da chi fa didattica, da chi fa ricerca, da chi gestisce e prova a formare il capitale umano. Bisogna però essere chiari. Ciascuno di noi deve dare il proprio contributo, capendo, prima di ogni cosa, che i tempi sono cambiati, che non si può più "fare archeologia" come si faceva negli anni '70 e '80, che non ci sono più le risorse "a pioggia" che c'erano un tempo, che è cambiato il modo di fare didattica e che è, dunque, necessario compiere un'operazione di "trasformazione dell'archeologia", provando a costruire una professione e un modo di agire che deve poter competere con le "grandi" professioni (ingegneri, fisici e avvocati) che l'hanno sempre fatta da padroni nel sistema lavorativo italiano ed europeo. Qualche giorno fa, ho lanciato la proposta di far sedere attorno ad un tavolo, politica, istituzioni e società. Ho detto di mettere su una task force operativa che non sia solo punto di osservazione di ciò che si vede (lo sappiamo tutti e da tempo qual è la situazione) ma che sia piuttosto elaboratrice di soluzioni immediate e d'attacco perché il sistema "beni culturali" siciliano riparta. Servono tempi contingentati, concretezza, una visione complessiva dei problemi; servono giovani forze, serve soprattutto avere la capacità di rimboccarsi le maniche per costruire un nuovo modo di "fare archeologia oggi"; serve managerialità, né più né meno di quel che accade in un'impresa privata. Ecco perché auspico sempre più che anche il mondo dell'impresa giochi un ruolo. Ha ragione chi dice che bisogna puntare sul capitale umano. Chiaro. Ma come lo sosteniamo questo capitale umano? Chiedendo forse di contribuire gratuitamente alla ricerca o alle istituzioni per anni e anni? Oppure, ancora, chiedendo alla politica di darci le risorse senza un criterio? Hanno fatto bene i giovani archeologi qualche giorno addietro a dire "ci fermiamo e non vogliamo lavorare gratis per nessuno". Abbiamo mai spinto i nostri giovani a mettere su spin-off integrati tra nuova imprenditoria e ricerca? No, è compito allora di chi ha ruoli gestionali, nella politica come nelle istituzioni, reperire le risorse, partecipare a bandi competitivi in Italia e all'estero, seminare decine di proposal per vederne poi finanziate almeno due, sforzarsi di costruire strade che portino a risultati concreti e nel breve tempo. E ancora, perché mai chi gestisce un sito o un museo non deve rimboccarsi le maniche per reperire, se ne è capace, risorse da reinvestire nell'area che gestisce, negli scavi che vorrà fare, nelle mostre che vorrà organizzare? Ognuno, dunque, ha il proprio compito e le proprie responsabilità e alla politica vanno suggerite le diverse strade da intraprendere. Direttore Istituto per i beni archeologici e monumentali del Cnr, Catania 08122014
AI BENI CULTURALI SERVONO MANAGER
Il direttore dell'Istituto per i beni archeologici e monumentali del Cnr di Catania, in un articolo, discute la complessità e le novità legislative che stanno cambiando la politica e la gestione dello Stato, compresa la cultura. Egli sostiene che è necessario innovare anche nelle procedure operative per affrontare i problemi di gestione dei siti e dei musei. Il rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese evidenzia che il patrimonio culturale non è in grado di produrre valore economico e numerico. Il direttore propone di creare una task force operativa per affrontare i problemi del sistema dei beni culturali siciliano, richiedendo tempi contingentati, concretezza e una visione complessiva dei problemi.
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