«QUALE migliore luogo a cui affidare una sepoltura di una élite del tempo che depositarla nel grembo di un tempio? Un luogo - spiega Anna Maria Tunzi, funzionaria della Soprintendenza e direttore scientifico degli scavi - in cui si auspicava la rinascita degli esseri viventi, non diversamente dalla concezione che ha fatto sì che in molte chiese cattoliche venissero sepolti i membri di casate illustri o del clero». Bambini, donne e uomini, senza distinzione di sesso o anagrafica, ma accomunati dalla stessa linea di sangue, quella che per quattro o cinque generazioni (circa 200 anni) risaliva poi al "capo", il cui scheletro è stato trovato deposto assieme alla sua spada. Il risultato del lavoro di una équipe di archeologi e antropologi, diretta da Anna Maria Tunzi, sarà presto esposto nel Museo, pronto per essere inaugurato, sin dal 2007, e che taglierà il nastro inaugurale entro febbraio del 2015. Attende, intanto, nuovi finanziamenti ministeriali (finora, in sei campagne di scavo sono già stati stanziati 180 mila euro) l'ipogeo dei fermatrecce, che ha portato alla luce già 129 scheletri, senza contare le numerose ossa che ancora non ne compongono uno intero: «Ci vorrà molto altro denaro per concluderlo - dice Anna Maria Tunzi - perché la popolazione di morti è talmente numerosa e variegata che non siamo riusciti a chiudere lo scavo. Ancora una volta per questa scoperta dobbiamo scomodare l'aggettivo "unicum", e con piena consapevolezza, per segnalare una situazione che in Italia non ha precedenti ». La struttura, come le altre otto, è suddivisa nelle tre parti che contraddistinguono gli ipogei del bronzo: il dromos, corridoio in discesa a cielo aperto che porta al dromion, prima zona coperta di deposizione, fino alla stanza centrale, dove trovavano posto personaggi di spessore. Durante lo scavo, sono stati isolati almeno cinque strati di sepoltura, tutti riconducibili al capo e al suo entourage, «una interessante finestra sugli assetti sociali del tempo», spiega Anna Maria Tunzi. E, come indica il nome dato all'ennesimo ipogeo, una grande quantità di accessori del corredo funerario, che venivano utilizzati per agghindare i capelli delle donne. Da una prima stima, effettuata con il radiocarbonio dal Cedad di Mesagne (il primo Centro italiano per la ricerca e il servizio datazione con il radiocarbonio, diretto dal professor Lucio Calcagnile, dell'Università Salento), i corpi risalgono al 18 esimo secolo avanti Cristo. «Se potessimo fare un esame del dna - sostiene Tunzi - con un approfondito studio antropologico, potremmo sapere tante altre cose, come le malattie dell'epoca, le cause della morte, le patologie più comuni». L'ipogeo dei fermatrecce è emerso, come gli altri otto, all'interno di un fossato con forma circolare, che gli archeologi stimano risalente a un'età precedente, e cioè al Neolitico. Un'immensa cinta che, oltre ai luoghi di riposo per almeno 600 persone, comprende anche alcune fosse di forma circolare: un enigma sul quale si sono cimentati tre archeoastrologi (Elio Antonello di Milano, Vito Francesco Polcaro di Roma e Franco Ruggieri di Napoli), e che una volta risolto ha confermato la destinazione a luogo di culto, prima che di sepoltura dei nove ipogei (finora emersi). Le buche circolari, secondo gli esperti, sono disposte lungo direzioni astronomicamente significative e coincidenti con i solstizi, momenti particolarmente importanti per la semina. A conferma della teoria, c'è il ritrovamento, all'interno di macine, deposte dai contadini di quattromila anni fa per ingraziarsi la dea madre Terra.