TABÙ o opportunità? Continua a far discutere il dibattito sulla commercializzazione del patrimonio culturale aperto sulle pagine di Repubblica da Tomaso Montanari e Dario Nardella, in seguito alla vicenda dei pannelli pubblicitari sui ponteggi del Battistero voluti dall'Opera di Santa Maria del Fiore che il sindaco, apprezzato dallo storico dell'arte, ha deciso di vietare, scegliendo di percorrere altre strade compresa una richiesta al ministero per ottenere i finanziamenti necessari alla manutenzione del monumento: «Ciò che Dario Nardella ha detto e fatto sul Battistero mi ha riempito di inaspettato orgoglio civico», ha scritto Montanari, parlando di «condotta esemplare» e auspicando un cambio di rotta sulla strada della «smodata mercificazione di Firenze». «Non concordo con Montanari ha tuttavia ribattuto il sindaco sull'idea secondo cui la valorizzazione economica del patrimonio culturale sarebbe sempre inammissibile. Ritengo che l'uso anche a fini economici del patrimonio culturale non solo rappresenti spesso l'unica alternativa alla depauperazione dei beni culturali all'endemica mancanza di risorse pubbliche ma, se ben regolato e indirizzato, costituisca un'arma in più per sostenere la tutela e la fruizione della cultura». Non è d'accordo Salvatore Settis, archeologo, storico dell'arte ed ex direttore della Normale di Pisa: «Di questo uso commerciale degli spazi pubblici si parla sempre di più come rimedio rispetto alla carenza di finanziamenti pubblici. Non si capisce perché non si avviino politiche affinché questi finanziamenti possano essere ripristinati. Non è vero che le risorse non ci sono: secondo i dati di Confcommercio, gli italiani non hanno pagato 154 miliardi di tasse nel 2012. Certo, si parla di un problema la cui soluzione non dovrebbe spettare al sindaco di Firenze, ma al suo ex sindaco sì: i soldi ricavati dalla lotta all'evasione fiscale potrebbero essere destinati alla spesa culturale e sociale. Ragionare in condizioni di necessità quando da questa necessità potremmo uscire mi sembra un errore concettuale oltre che politico». «Il patrimonio culturale e architettonico, e le città stesse aggiunge Settis sono beni comuni che appartengono ai cittadini, e che dovrebbero essere usati come strumenti di eguaglianza e democrazia. Ecco, in un momento di recessione come quello in cui si trova l'Italia, prima di fomentare le diseguaglianze con le cene per i ricchi, credo sarebbe più giusto organizzare il patrimonio e le città come palcoscenici per la democrazia». Dalla parte del sindaco l'architetto e urbanista Stefano Boeri, già direttore dell'Estate fiorentina e consulente di Palazzo Vecchio per la cultura: «Penso che la scelta di impedire la commercializzazione diretta del Battistero sia giusta: ci deve essere una soglia che impedisca di umiliare il valore simbolico di alcuni grandi monumenti. I cartelloni pubblicitari sul Duomo di Milano mi mettono a disagio, perché mi rendo conto anche da non credente che certi luoghi hanno una sacralità». Al tempo stesso, dice l'architetto, «questo non significa, per esempio, che un'azienda che decide di finanziare il restauro del Battistero non possa far pubblicare su un giornale un'immagine del monumento con accanto il proprio logo e la spiegazione che ciò che ha fatto». Parlando poi di valorizzazione occorre, secondo Boeri, «rispettare alcuni criteri: il primo deve essere il prezzo: se decido di affittare uno spazio che è un bene collettivo, devo chiedere una cifra congrua. Cifra che deve essere destinata alla riqualificazione del patrimonio culturale e artistico. Inoltre, è necessario anticipare la decisione al pubblico, legittimare la scelta con la massima trasparenza: per questo concordo con l'idea del sindaco di istituire una consulta di esperti ». E di valorizzazione ha parlato mercoledì, nel corso del suo intervento alla Bto, anche il ministro Dario Franceschini: «Dobbiamo puntare a un turismo che mescoli elementi come cultura, moda, enogastronomia, senza tabù: ben vengano le sfilate di alta moda nei grandi musei, o il cibo nei luoghi della cultura». E ancora: «Il Louvre fa ricerca, tutela, formazione, ma fa anche marketing, ed è grazie a quest'ultimo che può permettersi le prime tre. Perché non possiamo farlo anche noi?».