L'ultima polemica di Peter Eisenman e Richard Meier, che fa seguito al dibattito proposto dal Corriere tra grandi firme dell'architettura mondiale, pone in realtà una questione rilevante che riguarda il concètto stesso di modernità. Apparentemente, in una città antica come Roma, la modernità sembrerebbe inconciliabile con la tradizione. In realtà cosi non è, cambia solo la cifra del cambiamento. I grandi del passato Borromini, Bramante, Vignolaerano innovatori, ma la metamorfosi mostrava comunque il segno della continuità. Oggi questo non è più possibile: perché altre realtà urbanistiche come le estese periferie richiedono un cambiamento totale. «La nuova architettura? Puntiamo sulle periferie» Eisenman lega assieme Bramante, Borromini Vignola, Piranesi e gli innovatori di oggi: ma quella era metamorfosi nella tradizione Tra i giudizi, non proprio diplomatici, che l'architetto americano Peter Eisenman nell'intervista a Giuseppe Pullara ha espresso su alcuni suoi colleghi colpisce quello su Richard Meier, il progettista della nuova controversa sede dell'Ara Pacis: «Meier vuole solo mettere la sua firma nel centro storico di Roma». La frase colpisce non soltanto per la sua radicale negatività, ma anche perché ciò che Eisenman dice a proposito di Meier è quello che spesso molti cittadini pensano degli inviti, da parte di architetti stranieri, a non mettere la città sotto formalina. Chi, infatti, non vorrebbe accostare il suo nome al nome di Michelangelo o Bernini? Liquidato il collega, però, Eisenman pone una questione diversa e contraria: è necessario aprire il centro storico alle «innovazioni» dell'architettura contemporanea e alla «modernità», sostiene, perché solo così facendo si perpetuerebbe ciò che nel corso dei secoli ha reso il tessuto urbano romano straordinario. Legando in sequenza i nomi di Bramante, Borromini, Piranesi e Vignola, Eisenman si chiede: non sono stati anche loro innovatori e sperimentatori che hanno inciso e meta-morfizzato nel senso della modernità la città di Roma? E nell'Urbe non è stato sempre così, il nuovo, il moderno non si sempre è accostato all'antico? Con tutto il rispetto che merita il grande architetto viene da rispondergli: no, non è stato sempre così, per la semplice ragione che le innovazioni e la modernità messe in campo da questi grandi artisti del passato appartengono a un registro assai diverso da quello nel quale, a partire dal Novecento, si iscrivono le innovazioni e la modernità contemporanee. Che hanno di mira non la metamorfosi nella continuità della tradizione, come appunto accadeva fino all'Ottocento, ma il cambiamento nella rottura. Ora, poi, all'inizio del Terzo Millennio, l'idea di modernità è ulteriormente cambiata. La modernità, per come la intendiamo oggi, ci parla della crescita ma anche del limite: sviluppo ma sostenibile, difesa del territorio, e anche conservazione e valorizzazione degli aspetti di memoria che un habitat umano propone. Roma - il centro storico romano -nel Novecento di innovazioni e sperimentazioni ne ha conosciute: all'avvento dello stato unitario, che con spirito burocratico o speculativo ma senz'altro per reali necessità di modernizzazione volle trasformare la città papalina nella nuova capitale, e al momento delle grandi opere del fascismo, anche queste fatte con il proposito di animare con energie architettoniche nuove la città. Sono caduti così pezzi importanti del tessuto urbano romano per far posto a monumenti, come per esempio il Vittoriano, via dei Pori Imperiali e via della Conciliazione, ai quali ci siamo affezionati anche se a ogni sguardo continuano a essere una nota stonata nel paesaggio cittadino. Per questo c'è il diffuso sentimento - non conservatorismo ma senso di responsabilità -che quello che è rimasto della città storica vada difeso a ogni costo: dalle peggiori intenzioni dei gestori di bar e trattorie che offendono il decoro, ma anche dalle migliori intenzioni di chi in nome del nuovo vuole mettere la sua firma nell'album illustre degli artisti del cuore di Roma. Piuttosto, la capitale ha una vastissima periferia che chiede di non essere né un ghetto né un dormitorio, con spazi che chiedono di essere riempiti appunto dall'architettura contemporanea, dalla migliore. Se l'Ara Pacis di Meier nel corso del tempo non ci piacerà, se ci sembrerà uno sgarbo alla città, nessuno però potrà contestare la chiesa dello stesso architetto a Tor Tre Teste: criticarne il canone estetico se vuole, ma non la funzione urbana, di monumento del presente, la cui progettazione aggiunge valore e non lo sottrae all'ambiente cui è stato destinato.