Monsignor Fausto Tardelli si appresta a lasciare la diocesi per il suo nuovo incarico a Pistoia SAN MINIATO .Ancora pochi giorni e poi il vescovo di San Miniato, monsignor Fausto Tardelli, lascerà fisicamente la diocesi per spostarsi a Pistoia, sede del suo nuovo incarico, come deciso dalla Santa Sede. L'insediamento ufficiale quale nuovo vescovo della diocesi di Pistoia è infatti programmato per il prossimo 8 dicembre. In questa intervista a Il Tirreno Tardelli ci parla della sua lunga esperienza nel Valdarno Inferiore, del suo stato d'animo attuale e dell'eredità che è in procinto di lasciare a chi lo sostituirà. Partiamo da una storia straordinaria raccontata da Il Tirreno nei giorni scorsi: una madre che per ricordare la figlia morta a soli 23 anni costruisce e allestisce un maxi parco giochi e poi lo dona al Comune, per metterlo a disposizione della collettività. Non Le sembra la nostra storia di Natale? E non Le sembra che possa essere un bellissimo esempio che possa essere seguito da numerosi imprenditori milionari del comprensorio del Cuoio? «La storia che avete raccontato è molto bella. E posso testimoniare che ce ne sono tantissime di storie come questa, magari di minore rilevanza ma che raccontano di cuori grandi. C'è più bene che male nel mondo, mi creda. Soltanto che il male fa molto più rumore. Nello stesso tempo non vorrei però che queste storie belle fossero assorbite nella melassa un po' stucchevole del "tutti buoni a Natale". Anche il Natale va liberato dalle sdolcinature pubblicitarie per essere restituito alla verità di un Dio che nasce nel mondo e non è accolto ma che continua a credere nell'uomo. Quindi, aldilà dei bei gesti, è opportuno porre un problema di impostazione sociale: chi più ha, non solo deve verificare attentamente se ciò che ha è stato ottenuto con l'onesto sudore della fronte, ma deve anche preoccuparsi di attivare processi positivi di sviluppo del territorio, cosa che poi alla fine tornerà a vantaggio sia suo che della collettività. L'elenco degli ambiti a cui destinare risorse sarebbe ovviamente lungo, ma mi preme indicare una linea di azione che dovrebbe essere motivo di orgoglio perseguire da parte di chi ha di più». La Chiesa al tempo della crisi: com'è cambiato, sotto questo profilo il territorio, da quando arrivò a San Miniato? «Quando venni a San Miniato dieci anni fa, ancora non si era fatta sentire la crisi che ci attanaglia ormai da qualche anno e che, purtroppo non sembra ancora destinata a passare. Erano ancora anni assai floridi e il lavoro si riusciva a trovare con relativa facilità. In quei primi anni ho visto in tutto il territorio diocesano, che, ricordo va da San Miniato fino alla bassa Valdera, ho visto realizzarsi numerose nuove vie di comunicazione e nuove infrastrutture. Soprattutto c'è stato un incremento notevolissimo di nuove abitazioni. Molto territorio, forse anche troppo, è stato cementificato ed è aumentato considerevolmente il numero di abitanti. Pensi che ad oggi gli abitanti nel territorio diocesano sono, secondo le nostre stime, circa 180.000. Poi è scoppiata la crisi e tutto si è rallentato. Anche i servizi. Non per niente in questi dieci anni, con la Caritas abbiamo aperto ben 19 "Centri di ascolto" disseminati un po' dovunque, perché l'emergenza si è fatta sentire. Ci siamo fatti promotori di fondi di solidarietà per le famiglie in crisi per la mancanza di lavoro e abbiamo avviato una casa di accoglienza temporanea per donne in difficoltà». Quali sono i ricordi che si porterà ben stretti nel suo cuore? «Ho il cuore pieno di ricordi, bei ricordi. Anche di qualche sofferenza. Ma nel ricordo pure queste si addolciscono. Ho ricevuto tanto. Il più bel ricordo comunque che porto con me è sicuramente quello della visita pastorale. Per quattro anni ho girato in lungo e in largo la diocesi, ho incontrato gruppi, associazioni, amministrazioni comunali, soprattutto ho incontrato persone, tanti malati e anziani nelle case, giovani che si preparavano al matrimonio, ragazzi, adolescenti, famiglie, gente semplice e gente dotta. Dovunque sono stato accolto con tanta gioia, con molto affetto. È stato impegnativo, ma ho trovato bellissimo questo contatto con la gente. Ecco, il ricordo più bello sono i volti delle persone che ho incontrato, conosciuto e amato». Da San Miniato a Pistoia: cambiando diocesi cambia anche il modo di fare il vescovo, di guidare una comunità di fedeli? «Sa, la chiesa non è un'istituzione. Non è un monumento. È un organismo vivente. Un corpo. Il corpo di Cristo che però "prende corpo", mi scusi il gioco di parole, in un contesto, dentro coordinate particolari e storie originali. Ogni chiesa locale è diversa pertanto da un'altra. Esattamente come le persone. C'è qualcosa che ci accomuna. Anzi, c'è tanto. Poi però ogni persona è un unicum. Essere il pastore di una Chiesa necessariamente differisce dall'esserlo in un'altra, pur dentro linee di fondo comuni. Dovrò quindi imparare molto. Dovrò cercare innanzitutto di "farmi pistoiese", per poter essere vescovo di Pistoia». La valorizzazione dell'immenso patrimonio artistico di San Miniato: quali passi in avanti sono stati fatti in questa direzione e quali altri potranno essere fatti? «Sul patrimonio artistico siamo intervenuti spesso e in modo considerevole in questi dieci anni. Proseguendo in verità quanto era già stato fatto lodevolmente prima del mio arrivo. Abbiamo continuato e intensificato, per quanto è stato possibile, perché la crisi economica ha ridotto drasticamente i contributi statali. Soprattutto devo dire grazie per gli aiuti della Fondazione Carismi, senza i quali le nostre povere risorse diocesane avrebbero potuto fare ben poco. Devo dire che la Fondazione ha fatto tutto quello che era in grado di fare, fedele direi al dettato del suo fondatore e mio illustre predecessore, monsignor Torello Pierazzi. Anche l'8 per mille che proviene dalla Conferenza Episcopale Italiana ci ha aiutato non poco. Solo così abbiamo potuto realizzare qualcosa. Penso al restauro della bellissima pieve di Palaia, a quello della torre campanaria del Duomo, a quello della pieve di Corazzano, a quello della pieve e canonica di Marti, per citare solo i più rilevanti. Poi siamo anche intervenuti su Cerreto, Poggio Tempesti, Crespina, Santa Maria a Monte, Pianezzoli, Santa Caterina di San Miniato, ecc. Senza considerare i restauri di dipinti e opere d'arte un po' dovunque ma soprattutto nel Museo Diocesano. E poi abbiamo anche dato incremento al patrimonio artistico con la costruzione ex novo della chiesa di San Miniato Basso, l'ampliamento della chiesa delle Botteghe a Fucecchio, prossimamente la nuova chiesa a Ponticelli di Santa Maria a Monte. Resta da fare ancora molto. Spero, come ho già avuto modo di dire in passato, che si realizzi un "circuito virtuoso" tra le eccellenze manufatturiere del territorio e i beni culturali. Gli uni hanno bisogno degli altri e insieme sono una bella testimonianza nel mondo del genio italiano e toscano in particolare». Ormai è ufficiale: nel novembre 2015 il Papa sarà a Firenze. Ci sono speranze perché ci possa essere una tappa sanminiatese? «Si, è vero, il Papa verrà a Firenze il prossimo novembre. A me, come vi ho anticipato, è stata aperta una qualche possibilità di una visita. Non per questa occasione. In tempi e modi da stabilirsi. Il condizionale dunque è d'obbligo, molto d'obbligo. Escluderei la possibilità di una eventuale visita o passaggio da San Miniato nel prossimo novembre. A Firenze sono convocate tutte le chiese d'Italia con i loro vescovi. Mi pare difficile che il Papa possa andare da altre parti mentre le chiese italiane sono lì radunate. Spero che ci sia qualche altra possibilità in un prossimo futuro, anche se ora sarà il mio successore a prendere in mano la questione». Pregi e difetti della comunità che lascia. «Pensandoci bene direi che forse il difetto più grosso sul piano umano e sociale è che questo territorio non ha sempre piena consapevolezza del suo valore, delle sue potenzialità, delle risorse che possiede in tantissimi campi, a partire dal suo magnifico paesaggio e dalle sue cittadine. E c'è inoltre molta difficoltà a capire che l'unione fa la forza, che cioè le varie realtà del territorio, istituzionali, produttive e culturali, facendo squadra invece che "battibeccarsi", potrebbero fare voce comune, farsi ascoltare molto di più e dare a questo territorio un bello sviluppo, anche lavorativo. Pregi: tantissimi. La laboriosità, la concretezza, la semplicità, l'ospitalità. Un grande gusto - direi quasi nobile - nel fare le cose. L'amore per l'arte, la pittura in specie. E come Chiesa: una fede solida, tradizionale ma non chiusa. Una fede vissuta con semplicità e sincerità da tante persone e una carità diffusa, con una grande sensibilità ai problemi del mondo, alla cooperazione internazionale».
Il Tirreno
23 Novembre 2014
TOSCANA - SAN MINIATO. L'unico cruccio Cementificato troppo territorio
CR
Cristiano Marcacci
Il Tirreno
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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