IL signor Tito Cinotti, con animo liberale cedeva, con atto del 3 agosto 1893, al Regio Ministero della Pubblica Istruzione la proprietà della chiesa di San Giusto a Montalbano, situata nel territorio di codesto Comune. L'importanza monumentale di quei ruderi è tale da rendere assoluta l'opportunità della loro conservazione ... D'altra parte, per ragioni di ubicazione e di convenienza locale, l'autorità comunale è indicata quale la più adatta a custodire con la maggiore accuratezza quanto contribuisce al lustro e al decoro del proprio paese, a favorirne lo studio e a diffonderne la fama». Con questa civilissima lettera datata a Firenze il 22 maggio del 1894, l'Ufficio Regionale per la Conservazione dei Monumenti della Toscana, articolazione della Pubblica Istruzione, affidava al Comune di Carmignano la custodia della meravigliosa chiesa di San Giusto al Pinone. Solo poco dopo, tuttavia, venuti al Ventennio, si perse nozione del fatto che la proprietà rimaneva dello Stato, e si credette (o si lasciò credere) che anche la chiesa sorgesse sugli innumerevoli terreni ceduti dal Comune al neoconte Alessandro Contini Bonacossi: potente in fascistissima, irresistibile ascesa, vorace collezionista e mercante d'arte, capostipite della dinastia vinicola. E così si è continuato a credere fino a poco fa, quando la passione civile e la cultura dell'assessore Fabrizio Buricchi hanno finalmente onorato il mandato ricevuto dal Comune di Carmignano con quella lontanissima lettera, riconquistando al demanio un autentico capolavoro di architettura romanica. Solo che ora la storia si ripete a parti invertite: oggi è il Comune che supplica lo Stato di curarsi di questa sua perla smarrita e ritrovata. Ma uno Stato in ritirata, colpevolmente intento a svendere i propri edifici storici pur di far cassa (e pur di compiacere, come sempre, gli interessi privati di occhiuti acquirenti), fa letteralmente orecchie da mercante: né la Direzione regionale (che a giorni sarà soppressa dalla riforma del Mibact), né la Soprintendenza architettonica di Firenze si sono fatte carico del restauro, se non in misura del tutto insufficiente. E dunque San Giusto continua a morire, sgretolandosi inesorabilmente: pioggia dopo pioggia, crollo dopo crollo. Ma abbandonarla alla sua sorte sarebbe un crimine. Fondata probabilmente nell'XI secolo dai monaci cluniacensi, la chiesa particolarmente ricca, capace di sfoggiare un complesso e sontuoso sistema di volte a botte, e dotata di una vera e propria chiesa inferiore probabilmenre riservata ai monaci nacque come ospizio per i pellegrini che percorrevano la via di crinale. E proprio al suo nesso genetico con le rotte europee dei pellegrinaggi San Giusto deve la sua peculiarissima forma architettonica, che trova riscontri straordinariamente calzanti, per esempio, in certo romanico catalano: come mostra un confronto tra le sue tre absidi e quelle identiche della chiesa di Santa Maria de Gràcia alla Tossa de Montbui (a un'ora di macchina da Barcellona, verso l'interno), consacrata nel 1032 dall'abate Oliva di Ripoll. Lasciar crollare San Giusto vorrebbe dire rinunciare a conoscere, e a vivere ancora, questa meravigliosa rete di forme, idee, esperienze che da mille anni unisce l'Europa, stendendosi sulla via che unisce Roma a Santiago di Compostela. E questo vorrebbe dire rinunciare non al passato, né all'ennesimo mucchio di pietre polverose da tenere in piedi: no, vorrebbe dire rinunciare ad una possibilità di futuro, ad un ganglio vivo di quella che può essere un'Europa di nuovo costruita sulle idee e sull'incontro dei suoi cittadini, e non solo sui flussi del mercato. In concreto, cosa fare, di fronte a questa morte annunciata? Il primo passo deve farlo il Ministero per i Beni Culturali, con un intervento di somma urgenza che blocchi il degrado e scongiuri il crollo che già si annuncia nelle vele del transetto destro. Poi può entrare in gioco il Comune, che come nel 1894 ha tutto l'interesse a conservare un monumento che «contribuisce al lustro e al decoro del proprio paese»: per esempio acquistando le case adiacenti, e immaginando di riaprire un nuovo ospizio, stavolta per i pellegrini della conoscenza che percorrono le vie d'Europa, edificandola giorno dopo giorno.