«Perché non far vivere i monumenti?», si chiede in questi giorni il ministro Dario Franceschini, rilanciando l'idea di trasformare il Colosseo in un contenitore per spettacoli («spettacoli di teatro, di dramma antico»: che con un anfiteatro c'entrano quanto un rave party con una cattedrale, o un madrigale con uno stadio). Ebbene, cosa vuol dire 'far vivere' un monumento? Vuol dire conoscerlo, rispettarlo, accettare che renda più complesso il nostro presente con la sua diversità, e i suoi limiti? O invece vuol dire risucchiarlo nei nostri piani, nei nostri interessi, nelle nostre miopie: magari a costo di violentarlo, sfigurarlo, annullarlo? Non è un dilemma astratto, come dimostra ciò che sta per succedere alle Logge dei Tiratori di Gubbio. Che sono un prezioso esempio di opificio del Seicento, innestato su un'architettura medioevale: una struttura coperta, ma con amplissime aperture che dovevano servire a far circolare l'aria che asciugava i panni lì messi a 'tirare'. Un monumento che da secoli concorre a formare l'aspetto di una parte essenziale di quella magnifica città dell'Umbria. 02soc1-gubbio-logge-notte Ebbene, dopo aver acquistato le Logge da Unicredit, la Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia (presieduta da Carlo Colaiacovo, della famiglia fondatrice e proprietaria della Colacem, la terza produttrice di cemento in Italia), ha deciso di chiuderne tutte le aperture con grandi vetrate, per poterle utilizzare come location per eventi anche d'inverno. Il sindaco e inconcepibilmente la soprintendenza hanno approvato il progetto, mentre un folto gruppo di cittadini sta cercando di opporsi a quella che chiamano la «vetrificazione» delle Logge. La decisione finale è imminente, e solo un risveglio delle coscienze eugubine può riuscire a fermarla. Italia Nostra ha ricordato che «ciò che rende inaccettabile il progetto è l'introduzione di elementi incompatibili con la struttura delle Logge, rarissimo esemplare di archeologia preindustriale. È certo auspicabile l'apertura al pubblico del grandioso monumento, ma solo per usi che non comportino manomissioni. La chiusura con vetri e tendaggi dell'aereo e luminoso loggiato, per di più, danneggerebbe da ogni lato la visione panoramica e paesaggistica della città e dell'ambiente naturale circostante [come mostra il montaggio fotografico qua sotto]». Nelle ultime ore le stesse in cui è stata presentata un'interrogazione parlamentare sulla vicenda l'ex sindaco di Gubbio Orfeo Goracci ha lucidamente notato che «gli accorgimenti per funzionalizzare le Logge dei Tiratori possono essere tanti e di questo si può, e si deve, discutere. L'indiscutibile forzatura è la vetrificazione del loggiato: il cuore del problema sta nel decidere se quello spazio deve essere chiuso o rimanere aperto, concetto di una semplicità disarmante. Per il resto si può ragionare di tutto: ma se si decide di chiudere con le vetrate, si ottiene solo lo stravolgimento di un monumento che è così da secoli e secoli e che rappresenta la parte fondamentale dell'identità e del cuore del centro di Gubbio». La nostra presunzione è tale da convincerci che per 'far vivere' un monumento possiamo anche arrivare ad ucciderlo. E la nostra decadenza culturale ci fa pensare che 'far vivere' un monumento, cioè un pezzo di paesaggio urbano, non significhi conoscerlo, ma sfruttarlo, e cioè in qualche modo metterlo a reddito. Come ha scritto Keynes, «saremmo capaci di spegnere il sole e le stelle perché non ci pagano un dividendo». Commentando, un anno fa, l'avvio della brutta storia di Gubbio, mi domandavo retoricamente: «Quando vedremo la Loggia dei Lanzi, in Piazza della Signoria a Firenze, chiusa da vetrate e trasformata in spa per ricreare i turisti? E il Colosseo, coperto da un tetto di plexiglass, diventare finalmente un palasport con ampio parcheggio?» Ecco, il Colosseo: meglio lasciar perdere le iperboli, in questo Paese. Basta aspettare pochi mesi, e si avverano tutte.