Tornano a splendere gli affreschi medievali del Castello dei Borromeo Arrampicata su un trabattello, la restauratrice asporta lo scialbo, uno strato di calce che in parte copre le pitture murarie. Pian piano emerge un frammento di figura prima invisibile, forse un cavaliere in ginocchio. Se ne saprà di più a fine dicembre, quando il ripristino della «Sala di Giustizia» della Rocca di Angera, iniziato a settembre, verrà concluso. Una commissione che i principi Borromeo, proprietari del castello, hanno affidato all'esperienza di Carlotta Beccaria e dei suoi collaboratori sotto il controllo della Soprintendenza milanese: «Si tratta soprattutto di un intervento di mantenimento e pulitura, con rimozione di vecchie stuccature e interventi pittorici localizzati, per restituire una lettura d'insieme più armonica e far emergere i dettagli», spiega Beccaria. L'ampia sala, coperta da volte a crociera, conserva uno dei più importanti cicli di affreschi profani medievali della Lombardia: si narrano le imprese di Ottone Visconti, alla cui famiglia la rocca apparteneva tra XIII e XIV secolo. Ottone, arcivescovo di Milano dal 1262, prese possesso della città solo dopo il 1277 a causa della rivalità con i Torriani: il ciclo di affreschi Borromeo racconta proprio il suo trionfo su Napo della Torre, sconfitto in quell'anno nella battaglia di Desio la cui rappresentazione sul lato est della sala è ridotta a pochi lacerti. Ben conservata invece la scena della cattura di Napo, inginocchiato davanti al suo rivale e poi condotto prigioniero nella torre del Baradello di Como. A seguire, non tutti ugualmente leggibili, gli episodi di Ottone che incontra nobili e clero milanesi ed entra infine in Sant'Ambrogio. Mentre sulla parete di fondo due figure femminili (Fortuna e Giustizia?) fanno girare la ruota dei destini umani. Tre i registri decorativi: sopra la fascia narrativa si aprono grandi lunette con il ciclo dello zodiaco, sotto corrono ricchi fregi ornamentali ripresi con vivacità dai colori della volta: l'impressione è di stare sotto un padiglione di tessuti ricamati. Che cosa rende unici e preziosi questi dipinti? In primis il soggetto «civile», quasi una cronaca di fatti storici contemporanei: la realizzazione degli affreschi infatti è databile agli ultimi anni del Duecento. E poi l'autore, l'anonimo Maestro di Angera, un lombardo dotato di energia narrativa e brillante estro cromatico, attratto dal coevo bizantinismo veneziano. Tutti potranno ammirare i risultati del restauro in primavera, a partire dal 20 marzo.