Si contano sulle dita di una mano i luoghi, in Italia anzi in Europa, che possono competere con la Villa Gregoriana di Tivoli per fama fra gli artisti, i letterati, protagonisti del Grand Tour. Lo straordinario sposalizio di natura e cultura, il tempietto rotondo (detto, in mancanza di meglio, della Sibilla) che incombe sulla profonda valle percorsa dalle veloci cascate dell'Aniene, i boschetti e gli scogli, l'altro piccolo tempio romano dell'antica Acropoli, i dirupi e le radure, le grotte: le mille veduteche ripetono uno stesso paesaggio mutandolo d'angolatura e di luce sono altrettante variazioni sui temi del sublime, dell' «orrido», di un'archeologia che è evocazione romantica prima che percorso erudito. E' un paesaggio che si poteva attraversare per scoscesi sentieri recitando versi di antichi poeti latini, Orazio o Stazio, come il breviario di un religioso recupero della classicità entro la nuova dimensione di una natura che riflette, integrando e contrastando le architetture antiche, i moti dell'animo umano. Fu il generale Miollis, governatore di Roma durante l'occupazione francese, a rendere più agevole il percorso di visita nella valle scoscesa, facendo scavare cunicoli nella roccia (1809); ma al papa Gregorio XVI si deve la sistemazione finale dell'area (1835), all'interno di un progetto che comportò la deviazione dell'Aniene per prevenire inondazioni, e volle sottomettere quel che di selvaggio aveva quel paesaggio a un sapiente progetto di architettura di giardino. La valle divenne così un parco e fu intitolata al papa regnante. Si studiarono i percorsi di visita, le essenze arboree, i punti di vista segnati qua e là da un discreto belvedere. I paesaggi cantati dai poeti e messi in figura dai pittori si traducevano in una comoda passeggiata senza nulla perdere del loro fascino. L'arte imitava la natura, la natura rifioriva grazie all'arte. È questo stesso percorso che si può in gran parte sperimentare da pochi giorni, da quando per merito del Fai ma con cospicui contributi pubblici e privati (ricordo in particolare il Demanio, Arcus e UniCredit) la Villa è stata riaperta al pubblico. Dobbiamo, certo, rallegrarcene: e suonavano più vere del solito le note dell'inno di Mameli quando, all'arrivo del Presidente Ciampi, aprirono la cerimonia inaugurale, dal discorso di Giulia Maria Crespi (presidente del Fai) a quello dello stesso Ciampi. Ma non dobbiamo nasconderci dietro un dito: se l'intervento del Fai è stato necessario, se la riapertura della Villa è davvero un evento che meritava la presenza del Capo dello Stato, è non solo per l'eccezionale bellezza dei luoghi, ma ancheperla straordinaria incuria, il vergognoso abbandono, la sconsiderata obliterazione di ogni valore di storia, di paesaggio, di cultura che negli ultimi decenni si sono abbattuti su quella valle a cui si addicono insieme gli epiteti poetici di «orrida» e «amena». Incombono infatti sul paesaggio di Orazio e di Goethe non più solo tempietti romani, maanche squallidi condominii da periferia. E non basta. Per anni, non risuonò nella valle il passo dei visitatori né il canto dei poeti, bensì il tonfo della spazzatura, lo sferragliare di centinaia di lavatrici, biciclette, frigoriferi fuori uso scaraventati in fondo ai baratri, nelle grotte e nelle cascate, sulle radure in cui avevano sostato i paesaggisti di Francia, d'Inghilterra e di Germania. La Villa Gregoriana era, insomma, diventata una discarica. Cinque tonnellate di immondi rifiuti sono state allontanate durante i lavori di restauro, per non dire delle oltre mille tonnellate di terra franata, sassi, legna secca. Sono rimasti invece al loro posto i desolanti condominii, trista testimonianza di barbarie accanto a tanta prova di civiltà offerta dal progetto Fai e dal suo successo. Dobbiamo insomma rallegrarci, ma non dimenticare nemmeno perun istante che barbarie e civiltà convivono, sono due opzioni egualmente possibili, estaresta solo a noi scegliere. Chi ha trasformato Villa Gregoriana in una discarica non è meno italiano di chi l'ha riscattata da tanta vergogna. Questa convivenza non ha nulla di nuovo: basti pensare che nella Roma del papa Barberini (Urbano VIII), ricchissima di committenze artistiche, lo stesso Papa non esitò a far fondere i bronzi romano-imperiali del Pantheon (dichiarandoli, s'intende, di scarso interesse artistico) per fare il baldacchino di San Pietro. La reazione della coscienza civile non si fece attendere, e bollò l'episodio con un detto ancor oggi famoso, quod non fecerunt barbari fecerunt Barberini. In altri casi, prevalsero le ragioni della conservazione: quando lo stesso papa, su suggerimento di Bernini, decretò la distruzione del mausoleo di Cecilia Metella sulla Via Appia (I secolo a. C.) per ricavarne materiali da costruzione per una fontana monumentale in città, un erudito riminese che viveva a Roma, Francesco Gualdi, riuscì a persuadere prima il cardinal nepote Francesco Barberini, e poi lo stesso papa, che erameglio lasciar perdere. Se possiamo ancor oggi vedere la tomba di Cecilia Metella (fra i monumenti più celebri, più disegnati e più riprodotti nella stagione del Grand Tour) lo dobbiamo dunque non all'onnipotente Urbano VIII né al grandissimo Gianlorenzo Bernini, ma a un oscuro erudito che aveva opposto le ragioni della conservazione a quelle dell'economia. Vale dunque la pena di combattere, come ha fatto il Fai a Villa Gregoriana. Valeva la pena, come ha fatto la Crespi nel suo discorso, di sottolineare che, dopo una battaglia civile partita dalle colonne di questo giornale il 22 febbraio, il Parlamento ha appena cancellato dal decreto-legge sulla competitivita l'ultima delle tre norme (anticostituzionali) contro la tutela che vi s'erano insediate. Valeva la pena, di fronte a un antico ministro dei Beni Culturali (Domenico Fisichella) e al suo più recente successore Rocco Buttiglione, nonché al ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi e ad autorità di Regione, Provincia e Comune, che Ciampi proclamasse con forza: «Il patrimonio culturale italiano è unico al mondo, è la nostra forza: mantenerlo integro è un nostro diritto-dovere. Per farlo, occorre coesione fra tutte le istituzioni, continuità nei governi nazionali e locali, di qualsiasi parte politica». Insieme a queste nobili parole, la coincidenza temporale fra riapertura di Villa Gregoriana e bocciatura dei tentativi di travestire da «competitivita» gli attentati alla tutela ci insegna qualcosa: la barbarie è tra noi, bisogna combatterla ogni giorno.
VILLA GREGORIANA: orrida ed amena
La Villa Gregoriana di Tivoli, famosa per la sua bellezza e storia, è stata riaperta al pubblico dopo anni di abbandono e degrado. La valle è stata trasformata in una discarica, con centinaia di lavatrici, biciclette e altri rifiuti spazzati via durante i lavori di restauro. Il progetto Fai ha lavorato per riportare la valle alla sua antica bellezza, ma la questione della tutela del patrimonio culturale è ancora aperta. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha dichiarato che il patrimonio culturale italiano è unico al mondo e che è necessario coesione fra le istituzioni per mantenerlo integro.
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