Il presidente della Commissione Unesco «Si segua il modello virtuoso di Reggia Venaria» «In Sicilia occorre meno formazione e più beni culturali». Il presidente della commissione Unesco, Giovanni Puglisi, interviene con forza e passione nel dibattito regionale sul connubio tra tutela e crescita urbanistica. E lo fa chiamando in causa chi dovrebbe lavorare per difendere, promuovere il patrimonio dell'Isola: gli enti pubblici. Salvaguardia e sviluppo si può, secondo il rettore dello Iulm. Basta applicare la legge. Basta conoscere le normative e lavorare rispettandole. «Le regole sono ben definite - dice il professore Puglisi - e sposare i due aspetti legati al futuro dei beni culturali, alla necessità di tramandali alle nuove generazioni senza dimenticare le esigenze del territorio, non è affatto difficile. Esistono norme codificate a partire dal codice Urbani e finire con l'ultimo paesaggio storico culturale dell'Unesco. Io davvero non comprendo quali siano le difficoltà quando si parla di patrimonio e crescita della Sicilia, certo occorrono volontà politiche e risorse. Ecco, questo invece è il vero problema. Sino ad oggi non si è messa in moto la macchina per trasformare il sistema e, quindi, tutto si inghippa. Si complica». Il presidente della commissione Unesco cita un caso esemplare: la reggia Venaria. Ma il modello virtuoso della residenza sabauda, insignita dell'Unesco dal 1997, stride con il panorama isolano di musei chiusi per carenza di custodi, aree archeologiche off limits, scavi e ricerche mai avviati. Stride anche con il patrimonio negato da erbacce, assenza di collegamenti, carenza di servizi. Stride con la dignità calpestata di tesori dimenticati, danneggiati, mal restaurati o, ancora, perduti. Stride con la consapevolezza che la cultura, in un'Isola ad altissima densità di monumenti e opere d'arte, non dia occasioni di lavoro. «Tutto ciò - dice Puglisi - è certo dovuto alla carenza di risorse che è un fatto ormai strutturale nel nostro Paese, abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità per molti anni. E in Sicilia ancor peggio, non solo si è vissuto molto al di sopra di quanto fosse possibile ma si è pure dilapidato un patrimonio economico inestimabile. Oggi siamo alla canna del gas ed è ormai impossibile non solo pensare a progettare a lungo termine, ma anche alla quotidianità, ai tesori che crollano, ai monumenti chiusi, ai musei che non possono aperti nei festivi e agli scavi archeologici mai avviati. Io non mi rassegno ma mi stupisce se qualcuno, ancora, si stupisca di tutto ciò». E allora cosa fare? Pensare a ipotesi alternative di gestione del patrimonio culturale magari ipotizzando la sinergia tra pubblico e privato? «In Sicilia i privati sono strozzati dalla crisi più degli enti pubblici, quindi davvero non so se un imprenditore privato dell'Isola possa essere disposto a fare investimenti per la conservazione dei beni culturali. Il problema è la stretta economica che rende tutto più difficile anche dal punto di vista delle strategie a lungo periodo: oggi il privato è sempre più asfissiato, le industrie chiudono, la disoccupazione è crescente in maniera esorbitante e quindi davanti a tutto questo è difficile promuovere investimenti nel settore dei beni culturali tanto più perché non esiste alcuna seria normativa volta a incentivarli. Il ministro Franceschini ci sta pensando ma adesso, nel momento in cui lo strumento comincia ad esserci, mancano coloro che possano sfruttarlo». Il presidente della commissione Unesco cita un esempio, emblematico, del paradosso italiano dei beni culturali: quello del Colosseo. In una nazione senza risorse pubbliche per fronteggiare l'enorme, meravigliosa, mole di patrimonio culturale, arriva la proposta di Della Valle per finanziare il restauro del simbolo di Roma. «L'imprenditore era pronto a stanziare 25 milioni - dice Puglisi - e noi, invece di accoglierlo a braccia aperte, gli facciamo causa. Un'assurdità». Dal Colosseo alla Trinacria ancora nel segno dei paradossi. «In Sicilia bisognerebbe partire da una cosa, semplice, efficace. Parlare meno di formazione e più di beni culturali. Bisognerebbe parlare di promozione turistica senza alcuna visione assistenzialistica, ma secondo una veste veramente imprenditoriale. Inoltre, nelle strutture dedicate alla promozione culturale sarebbe necessario stralciare le spese inutili. Parlo dei teatri lirici, degli stabili, delle fondazioni pubbliche della Sicilia: istituzioni che dovrebbero diventare leggere e mirate ai prodotti artistici e culturali. Questi enti debbono servire a promuovere le attività culturali e non ad erogare stipendi. Alla Sicilia servono strutture leggere, non pesanti economicamente, ma capaci di alleggerire la produttività: occorre per questo meno personale e più attività. La versione attuale di questi enti pubblici è clientelare. Oggi questi istituti servono per collocare persone, per dare stipendi: mi chiedo, e chiedo agli amministratori, quanti concorsi pubblici sono stati fatti per assumere chi lavora all'interno di enti lirici, teatrali, artistici e culturali in generale. Me lo domando e lo domando a chi dovrebbe rispondere». La scarsa lungimiranza che ha portato all'attuale condizione del patrimonio culturale negato e umiliato è anche legata all'incapacità di promuovere la ricerca. Puglisi lo sa bene. «Non mi risulta - dice il rettore - che siano stati mai previsti investimenti per la ricerca in questo campo né che la Regione abbia previsto oggi risorse significative, forse qualche briciola che non so con quali criteri viene destinata. Di certo, nulla è stato fatto per aggiornare il sistema universitario regionale né per invogliare i giovani a restare in Sicilia, Qui si parla solo di formazione e, davvero, questo è un paradosso perché serve a pagare formatori e formandi. È questa un'altra visione clientelare della gestione della cosa pubblica. Ed è un fatto che mi rattrista ma soprattutto mi indigna perché è delinquenziale». La gestione dei beni culturali deve far rima con la difesa del patrimonio. E in Sicilia sempre più gli ambientalisti, gli intellettuali e le associazioni di cittadini segnalano il rischio di cemento a ridosso di beni Unesco. Di paesaggi in pericolo da alberghi deluxe o litorali costieri assaltati da porti turistici. Dalle Eolie a Siracusa e le necropoli rupestri di Pantalica, dalla valle dei Templi di Agrigento alla villa romana del Casale, al gioielli del Val di Noto e ancora al vulcano etneo: i siti nella World heritage list sono stati spesso esposti a rischi dovuti a scelte urbanistiche et similia. «Io non credo ci siano superfetazioni di questo genere - dice Puglisi - perché i beni Unesco hanno rigorose perimetrazioni del sito e poi in aggiunta a questo, esiste anche la buffer zone che impone vincoli su vincoli. Io debbo escludere superfetazioni nei siti Patrimonio dell'Umanità e se ciò accadesse, prima dell'Unesco, dovrebbero intervenire i Carabinieri, la Procura. Il vero problema del patrimonio insignito del riconoscimento mondiale è che l'Unesco non ha leggi né eserciti. L'Unesco è un'istituzionale volta a difendere e valorizzare la cultura che appartiene a tutti. E quando facciamo una porcheria su un sito Unesco la porcheria la facciamo all'Italia, alle persone perbene, a chi ama e difende il territorio. L'Unesco non è un alibi e bisogna smetterla di tirarlo per la giacchetta, lo Stato e la Regione si assumano le responsabilità e applichino le leggi quando un bene di tutti viene messo in pericolo». 20112014