IN ITALIA, i discorsi sul consumo di suolo ricordano quelli sul pacifismo: «sarebbe bello, ma disgraziatamente non si può... lasciamo questi sogni alle anime belle». Ma se per dire il Califfato dell'Isis ci ricorda che non possiamo disarmarci, quando parliamo di cemento i califfi siamo noi, le armi le usiamo per spararci addosso da soli. Perché forse non potremmo vivere senza esercito, ma certo vivremmo benissimo senza consumare più nemmeno un metro quadrato di suolo. Anzi, è proprio la parossistica distruzione della nostra terra che ci condanna a morte. Forte di questa consapevolezza, l'Unione Europea si è data ufficialmente l'obiettivo di raggiungere un consumo di suolo zero: ma lo ha fissato al lontano 2050. E la domanda è: quante alluvioni ci separano dal 2050? E, in concreto, quando inizieremo ad invertire la rotta? Quando smetteremo di approvare e incoraggiare opere che consumano suolo, come si ostina a fare lo Sblocca Italia del governo Renzi? Per avere un'idea di ciò dovremmo avere il coraggio di fermare basta forse un solo dato: la linea di costa adriatica (quella che va da Trieste alla punta estrema di Santa Maria di Leuca) è lunga 1472 km: nel 1950 era priva di fabbricati lungo 944 km, oggi è libera solo per 466. E domani? Di quanto scenderanno i tratti di costa dai quali si vede il mare? Solo pochi giorni fa la Presidenza del Consiglio ha "sbloccato" la costruzione del Porto turistico di Otranto, contro il parere del Ministero per i Beni culturali: un'ulteriore ferita inferta a quella martoriata linea di costa. Il pretesto è sempre e solo uno: lo sviluppo. Ma siamo sicuri che senza il porto di Otranto l'economia della Puglia sarebbe peggiorata? Siamo sicuri che l'equazione crescitacemento sia sempre vera, e senza alternative? Esiste davvero una sola idea di sviluppo? C'è chi dice no: dopo Cassinetta di Lugagnano è stata la volta di altri comuni piccoli, come Solza (Bg) o Rocco Briantino (Mb), e poi Desio (Mi) che ha tagliato un milione e mezzo di metri cubi dal piano di governo del territorio, e Pregnana Milanese, che alla vigilia di Expo ha deciso di non consumare più suolo agricolo. Tutte queste amministrazioni hanno imboccato un'altra strada: quella di fermare la crescita urbanistica (non quella economica) puntando tutto sul recupero del patrimonio esistente, sulla salvaguardia dei suoli agricoli e naturali, sulla valorizzazione del paesaggio. E ora a dire di no è un'intera regione: la Toscana di Enrico Rossi e dell'assessore Anna Marson. La legge urbanistica regionale approvata il 29 ottobre traccia una linea rossa tra città e campagna, ordinando che al di là di quella linea (cioè sul suolo agricolo) siano impedite nuove edificazioni residenziali. E laddove i comuni toscani si intestardiscano a mangiarsi altro territorio fuori dalle aree urbanizzate, «limitatamente a destinazioni produttive, infrastrutturali e di grandi strutture di vendita», la Regione si riserva il diritto di vietarlo. E, comunque, vale per tutti il principio che «nuovi impegni di suolo a fini insediativi o infrastrutturali sono consentiti esclusivamente qualora non sussistano alternative di riutilizzazione e riorganizzazione degli insediamenti e delle infrastrutture esistenti». Cioè: prima si riutilizza e solo dopo, ma molto dopo, si accende semmai la betoniera. Un'idea semplice, ma rivoluzionaria, perché capovolge la scala dei valori dicendo come, del resto, hanno detto molte sentenze della Corte Costituzionale e del Consiglio di Stato che l'ambiente e il territorio sono valori non negoziabili: perché la loro salvezza è una condizione essenziale per la nostra salute e per la nostra vita. Il paesaggio, insomma, non come categoria estetica: ma come diritto fondamentale della persona. Era proprio questa la filosofia della legge presentata da Mario Catania, ministro dell'Agricoltura del Governo Monti: ogni terreno non costruito s'intende come agricolo, qualunque ne sia la definizione urbanistica, e non può essere sacrificato al cemento se prima non si è provveduto ad usare ogni spazio recuperabile allo scopo. Ora quella legge giace in Parlamento, cinicamente instradata su un binario morto. Non perché sarebbe impossibile applicarla: forse, anzi, perché sarebbe fin troppo facile.