E SE De Cataldo non nasconde una punta d'imbarazzo - «sono uno che se n'è andato, ho sempre qualche difficoltà nel parlare di Taranto - non per questo rinuncia tuttavia riflettere sul destino della sua città. «Quella di Taranto è una situazione straordinaria e - suggerisce - ha bisogno di interventi altrettanto straordinari per essere risolta. Se si vuole ripartire dalla cultura e dal turismo, insomma, non ci si può esimere da affrontare quell'emergenza nazionale che è la salvaguardia del centro storico di Taranto. Questa città ha già pagato, e per tutto il paese, un prezzo enorme a causa di un'industria strategica come il siderurgico. Meriterebbe di avere qualcosa in cambio. E non ci potrà mai essere alcun riscatto senza affrontare la questione prioritaria: trovare una soluzione per l'Ilva, consentire la produzione in sicurezza per l'ambiente e risarcire il disastro ecologico che si è fin qui determinato ». Ma qualche perplessità la nutre anche Silvia Godelli, assessore regionale alla Cultura, che osserva: «È una prospettiva che condivido e che, anzi, nel nostro piccolo abbiamo iniziato a sperimentare, sia promuovendo la città e il suo territorio sui mercati turistici internazionali sia pun- tando a una migliore valorizzazione del Marta, il museo archeologico. Ma confrontare Taranto con Torino appare nonostante tutto piuttosto arduo, visto che in Piemonte soggetti privati fortissimi, sotto il profilo economico e finanziario, hanno supportato la riprogettazione e il rilancio della città soprattutto attorno all'evento delle Olimpiadi invernali (e qui mi riferisco alle fondazioni bancarie e alle grandi aziende). E certamente il tessuto imprenditoriale e finanziario della Puglia e del tarantino non ha la forza per imporre un simile passo di marcia. Devo dunque intendere che il ministro, attraverso le sue dichiarazioni, abbia voluto anticipare o almeno auspicare un fortissimo impegno da parte del governo nazionale ». E che le forze in campo per la metamorfosi di Torino siano state a dir poco considerevoli lo riconosce proprio chi ne conosce bene le vicende. È il caso di Ugo Bacchella, presidente della Fondazione Fitzcarraldo, nata a Torino e impegnata in Puglia su diversi fronti: «Modello è una parola che si coniuga difficilmente con sviluppo territoriale e cultura. Torino e Taranto sono due contesti talmente lontani che è davvero difficile immaginare la riproducibilità delle politiche e dei modelli di gestione per i beni culturali. Senza trascurare che Torino ha costruito il suo sviluppo recente grazie a un investimento fra i maggiori nell'Europa del dopoguerra ». E per meglio inquadrare gli ordini di grandezza, insiste Bacchella, «bisogna immaginare che da sole le due fondazioni bancarie torinesi, Compagnia di San Paolo e Crp Torino, hanno investito costantemente per lunghi anni poco meno di cento milioni di euro annui sugli investimenti in conto capitale, mi riferisco all'infrastrutturazione culturale, sia sulle attività. Col risultato che nell'area di Torino metropolitana sono stati recuperati e aperti circa venti musei e contenitori culturali, fra i quali la Venaria Reale e il museo del cinema alla Mole che da soli fanno un milione di visitatori l'anno. Numeri che, peraltro, vedono in prima fila la stesse cittadinanza perché la forza del sistema torinese è che l'investimento è stato fatto sul pubblico locale». D'accordo, ma il capoluogo jonico in tutto questo? «È evidente che, se scendiamo a Taranto, queste condizioni non esistono. Certo il museo archeologico è uno dei più belli e non solo d'Italia, ma non basta rifare un museo perché la gente ci vada, ma investire sulle persone e i servizi e molto altro ancora. E cultura e turismo non possono cambiare da sole il territorio. Eppure Matera capitale europea della cultura 2019 e la vicinanza con Lecce e Bari sono condizioni di grande favore: bisognerebbe mettere a sistema questo quadrilatero di città per compiere un comune salto di qualità». Ma in prima linea per Taranto c'è pure chi, come Alessandro Laterza, vicepresidente di Confindustria con delega al Mezzogiorno, ha già promosso di recente due iniziative, fra le quali una, ricorda, «per mettere al centro la qestione più articolata della valorizzazione del centro storico di Taranto. Il punto è capire da dove partire e, perché nella città vecchia qualcosa si muova, è necessario che ci sia una spinta molto forte da parte del Comune, visto che non meno di due terzi del patrimonio immobiliare è pubblico. E per l'archeologico il tema è come affrontare un flusso di visitatori di una modestia impressionante: sono stato alla borsa del turismo archeologico che si fa a Paestum e lì Taranto, incredibilmente, lì non esiste».