NATURALMENTE al Comune hanno detto subito sì. Così la soprintendenza di Arezzo e l'Opificio si metteranno al lavoro: «Sarà un restauro della Resurrezione aperto - spiega Cecilia Frosinini - nel senso che i turisti e i visitatori potranno entrare e vedere l'opera mentre la stiamo curando. Non si poteva certo pensare di privare il territorio di un capolavoro così importante per due anni». Due anni, cioè per il tempo del restauro, un lavoro complesso e delicato: si dovranno eliminare parte dei sali che si sono insinuati nell'intonaco trasformandolo in gesso e poi servirà un lavoro di ripulitura. «Quest'opera non è mai stata toccata» prosegue la direttrice del Dipartimento pitture murarie dell'Opificio. Un vetro separerà i restauratori che lavoreranno su una piattaforma mobile su un ponteggio dal pubblico (il progetto è dell'ingegner Pietro Capone dell'Opificio). I visitatori potranno seguire le varie fasi, sarà possibile anche scaricarsi una App per tenersi aggiornati. Si tratta di un restauro conservativo che è stato preceduto da diversi esami ad alta tecnologia eseguiti anche dall'università e dal Cnr per capire le condizioni del dipinto realizzato da Piero della Francesca fra il 1450 e il 1463 e conservato nel Museo Civico di Sansepolcro. Quella Resurrezione è diventato un simbolo per la cittadina toscana, è un'opera religiosa in un luogo laico (era il palazzo della magistratura), è entrata a far parte dello stemma della città. «Dovremo anche capire cosa c'è nel muro su cui poggia e analizzare se l'opera sia stata davvero realizzata direttamente in questo posto o in un altro luogo e trasportata qui con il suo pezzo di muro» dice ancora Cecilia Frosinini. Studi così specifici non ne sono stati ancora fatti. Non è detto che i centomila euro del benefattore svizzero possano bastare per tutti e due gli anni del restauro: «Certo - aggiunge Frosinini - sono sufficienti per fare la maggior parte del lavoro». Un contributo arriverà dal ministero e dal Comune. L'affresco è così straordinario che la sua fama era ben conosciuta anche da due ufficiali Alleati che disobbedirono agli ordini di bombardare con i cannoni la cittadina aretina durante la seconda guerra mondiale.