ARTE e defiscalizzazione, atto secondo (o quasi). Il primo, duole ricordarlo, non ha emozionato. A distanza di qualche mese dal varo dell'Art-bonus, infatti, non si può dire che sia stato un successo. Anzi, lo stesso Ministro Franceschini ha segnalato una scarsa reattività delle imprese al provvedimento. Ma a ben vedere non è a loro che si può addossare la colpa: se non è scattata la corsa all'investimento culturale da parte dei privati (un tempo guardata con sospetto, oggi agognata quasi come un'ancora di salvezza) è per ragioni precise, che non risiedono nella mancanza di volontà o interesse dei possibili beneficiari del bonus, quanto nella coltre burocratica che lo avvolge e che sembra celare - lo confermano alcune simulazioni apparse di recente sul Sole 24 ore a cura dello Studio Piergiorgio Re di Torino - una convenienza ridotta rispetto allo sforzo titanico di affrontare le procedure per ottenere gli sgravi. Con buona pace, per il momento, del patrimonio artistico e culturale e della nuova stagione di partecipazione e consapevolezza che si è detto di voler inaugurare. Qual è oggi l'atto secondo? La notizia che i contribuenti possano assolvere ai loro doveri fiscali donando opere d'arte di valore attestato da una Commissione interministeriale ad hoc. Si tratta piuttosto di un sequel, perché rispolvera una legge disponibile da oltre trent'anni e rimasta quasi inapplicata, con la suddetta Commissione che ha lavorato a corrente alternata e che d'ora in poi dovrebbe tornare ad una più regolare operatività proveniente dalle "forti potenzialità della norma", secondo il Ministro. Ma ben venga, ancora una volta disponiamo gli animi alla massima fiducia e troviamoci pronti: per i collezionisti torinesi questa potrebbe essere l'opportunità di diventare mecenati e arricchire il patrimonio comune con il loro contributo, donando ai musei - e quindi ai visitatori opere che diversamente resterebbero ignote allo sguardo del mondo. Sempre che anche stavolta non ci si metta di mezzo la burocrazia.