I DANNI NEL '66, LA FINE DEL RESTAURO PREVISTA NEL 2016 DI FRONTE a quel Cristo che abbraccia teneramente San Giovanni sotto alla grande scritta "Hoc facite in meam commemorationem", i volti e i corpi di entrambi profondamente solcati da crepe bianche, sembra che dalla grande alluvione siano passate poche settimane. Invece, è da quasi mezzo secolo che l'Ultima cena di Vasari, ricoverata nei laboratori dell'Opificio delle pietre dure e ieri mostrata in anteprima ai visitatori del Salone dell'arte e del restauro in corso alla Fortezza, non viene esposta al grande pubblico. L'opera un grande dipinto di 6,60 per 2,62 metri, costituito da cinque pannelli in pioppo e già vittima dell'acqua nel 1557 e nel 1676 è oggetto dal 2010 di un imponente restauro finanziato da Protezione civile, Getty Foundation e Prada e, se i tempi saranno rispettati, nel novembre 2016, cinquantenario della catastrofe, tornerà a far mostra di sé nel complesso di Santa Croce, in una posizione sollevata al riparo da nuove eventuali alluvioni. Qui, nell'ultima sala del museo, l'opera si trovava il 4 novembre 1966 quando, spiega Antonella Casaccia, una delle quattro giovani restauratrici incaricate dell'intervento (con lei Ilaria Corsini, Debora Minotti e Chiara Mignani), «rimase sommersa per dodici ore: l'acqua ce ne mise sei a salire, e altre sei a defluire». «Subito prosegue Casaccia il dipinto fu coperto da carta giapponese, kleenex, fogli A4 da macchina per scrivere, e trasportato alla Limonaia di Boboli, dove era stato allestito un ambiente climatizzato, con un'umidità del 100, per consentire un'asciugatura graduale». Tale precauzione non riuscì tuttavia a impedire che, di fronte alla graduale deformazione del legno e al degrado dello strato preparatorio in gesso e colla, la pellicola pittorica si distaccasse progressivamente, creando sollevamenti e crepe. Se tuttavia, all'epoca, l'unica soluzione in questi casi era ritenuta il cosiddetto "trasporto", ovvero la separazione della pellicola dal supporto, questa tecnica, giudicata troppo pericolosa, non fu applicata all'Ultima cena: il dipinto fu così sistemato in un deposito della soprintendenza, e qui rimase fino al 2005, quando iniziò il coinvolgimento dell'Opificio, prima per la fase di diagnostica e poi per il restauro vero e proprio. «Si dice che l'Ultima ce-na sia rimasta abbandonata per più di quarant'anni dice Ciro Castelli, restauratore del supporto in realtà tutto questo tempo è servito, oltre che a reperire le risorse, a mettere a punto tecniche e materiali per risolvere problemi considerati irrisolvibili».