IL PICCOLO ha vinto la sua battaglia, ma non festeggia. Anzi lancia l'allarme perché l'intero sistema è in pericolo. E se c'è soddisfazione per il decreto del 5 novembre con cui il Ministero gli riconosce la qualifica di Teatro d'Europa all'interno della più ampia riforma che riguarda il settore dello spettacolo dal vivo, il direttore Sergio Escobar non solo è prudente, ma si mostra molto preoccupato per il futuro della produzione teatrale. Aspettando di capire come si declinerà in concreto la qualifica di Teatro d'Europa (per ora, un po' come per la Scala, si parla genericamente di autonomia statutaria), la vera emergenza è un'altra. Ovvero la tenuta del sistema difronte a un «riassetto che potrebbe portare al disastro anziché alla ristrutturazione radicale che tutti auspichiamo». Con la riforma, infatti, gli Stabili pubblici (che sono diciassette) spariranno lasciando il posto ai Teatri Nazionali e ai Tric (teatri di rilevante interesse culturale): nuove categorie con nuovi e più alti parametri di prestazione. Soprattutto sul fronte produttivo, per esempio con l'aumento delle giornate recitative. Insomma, bisognerà sfornare più spettacoli e farli replicare più a lungo. Ma, si chiede Escobar, con quali soldi? Già, perché il modello di finanziamento italiano è composito. Oltre al Ministero, sono svariati i soggetti che concorrono, tutti attualmente sottoposti a tagli e pressioni molto pesanti. Il Fus (Fondo unico per lo spettacolo) contribuisce con 406 milioni di euro all'anno (dato 2012), cioè «circa un quarto dei finanziamenti complessivi». Al resto pensano «i Comuni, che investono in cultura circa 1935 milioni annui, le Province con 160 milioni. Per le Regioni non esiste più un rilevamento su scala nazionale, ma in Lombardia si spendono 27,2 milioni. Poi ci sono i cosiddetti corpi intermedi, come le fondazioni bancarie, che destinano 305 milioni e le camere di commercio che ne mettono 52. Infine gli sponsor privati, che contribuiscono con 159 milioni, comunque calati del 41 rispetto al 2008». E se anche la biglietteria tiene, ma su tutti questi soggetti cala la mannaia, come si affronterà la riforma? «Il dato più eclatante è quello delle Province: sappiamo solo che dal 1 gennaio spariranno, ma nessuno ci ha ancora detto a chi verranno passate le deleghe per la cultura. Comuni e Regioni sono presi di mira con il taglio dei trasferimenti agli enti locali, le fondazioni bancarie sono oggetto di pressioni fiscali fortissime, mentre le cure dimagranti per le camere di commercio ridurranno la loro capacità di investimento». E anche i tanto invocati sponsor privati sono tutt'altro che incoraggiati a investire, a maggior ragione in un momento di crisi. «Ben venga l'Art bonus, che defiscalizza al 65 le donazioni private per il recupero di beni culturali di proprietà pubblica, peccato riguardi solo gli immobili e non l'attività produttiva. Come se ci fosse una differenza tra patrimonio tangibile e intangibile». Insomma, il quadro è minaccioso e urge «una riflessione perché se viene meno questo modello e nessuno si preoccupa di pensarne uno nuovo, si va al disastro. Non del Piccolo, di tutti».