Le città, soprattutto storiche, muoiono per distruzioni, invasioni, «o, infine, quando gli abitanti perdono la memoria di sé, e senza nemmeno accorgersene diventano stranieri a se stessi, nemici di se stessi». È quanto scrive l'archeologo e storico dell'arte Salvatore Settis, nel suo nuovo libro «Se muore Venezia» (Einaudi editore) appena pubblicato. Settis prende appunto a paradigma Venezia - svuotata dei suoi abitanti, invasa dai turisti, bersaglio di innumerevoli progetti che per «salvarla dall'isolamento» ne uccidono la diversità e la appiattiscono sulla monocultura di una «modernità» standardizzata, riducendola a merce, a una funzione turistico-alberghiera - del destino che rischiano oggi le città storiche impegnate a difendere la propria identità. E se muore Venezia - la più fulgida di tutte - non c'è speranza per nessuna di esse, suggerisce l'autore. «Pensare la città storica vuol dire pensare la comunità umana, il diritto al lavoro e il diritto alla città», scrive ancora. «Perché se Venezia muore» conclude Settis il suo volume «non sarà solo Venezia a morire: morrà l'idea stessa di città, la forma della città come aperto e vario spazio di vita sociale, come creazione di civiltà, come impegno e promessa di democrazia»
IL LIBRO, L'AUTORE Se Venezia muore
Le città, soprattutto storiche, muoiono per distruzioni, invasioni, o, infine, quando gli abitanti perdono la memoria di sé, e senza nemmeno accorgersene diventano stranieri a se stessi, nemici di se stessi. È quanto scrive l'archeologo e storico dell'arte Salvatore Settis, nel suo nuovo libro Se muore Venezia (Einaudi editore) appena pubblicato. Settis prende appunto a paradigma Venezia - svuotata dei suoi abitanti, invasa dai turisti, bersaglio di innumerevoli progetti che per salvarla dall'isolamento ne uccidono la diversità e la appiattiscono sulla monocultura di una modernità standardizzata, riducendola a merce, a una funzione turistico-alberghiera - del destino che rischiano oggi le città storiche impegnate a difendere la propria identità. E se muore Venezia - la più fulgida di tutte - non c'è speranza per nessuna di esse, suggerisce l'autore. Pensare la città storica vuol dire pensare la comunità umana, il diritto al lavoro e il diritto alla città, scrive ancora.
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