Professor Settis, come scrive nel suo libro, Venezia rischia di morire perché i suoi abitanti stanno perdendo la memoria di sé? «Il problema riguarda tutte le città storiche italiane, ma ho scelto Venezia come l'esempio più alto di esse. Se gli abitanti che le popolano ne perdono la memoria, esse sono condannate ad assomigliare alle megalopoli urbane, tutte uguali, di cui il mondo è pieno e non a caso nel libro faccio in questo caso l'esempio di Chongqing, città che è passata dai 600 mila abitanti del 1930 ai 32 milioni di oggi. Nel caso di Venezia, il problema maggiore è che in tutti questi anni non si è fatto nulla per costruire un modello di sviluppo alternativo al turismo». Venezia ha una tradizione storica di città dell'accoglienza e proprio su questa capacità ha costruito parte delle sue fortune. Ma ora di accoglienza - turistica - rischia di morire. È così? «Nella sua storia, Venezia è stata, sì, città dell'accoglienza, ma anche della creatività. Ed è proprio questa che sta perdendo, pur avendo le potenzialità, anche collegandosi alle sue tradizioni, al suo artigianato di svilupparla, oltre a diventare un vero laboratorio di idee, come la sua stessa forma urbis gli consentirebbe. E poi è indispensabile ripopolare la città di giovani, anche quelli con pochi soldi in tasca, legando quest'operazione alla sua vocazione universitaria e creando politiche cittadine, oggi inesistenti, per favorire il loro radicamento e la possibilità di trovare lavoro. Cominciando da una vera politica della casa, perché se Venezia non è in credo di offrire alloggi a prezzi ragionevoli a chi vorrebbe vivere qui, è chiaro che non potrà mai sperare di acquisire nuova popolazione e l'esodo proseguirà inesorabile Proprio in questi ultimi mesi si è acceso un dibattito - in città e fuori di essa - con interventi come quelli del sottosegretario ai Beni Culturali Ilaria Borletti Buitoni e dello stesso ministro Dario Franceschini sulla limitazione all'accesso turistico a Venezia: dal ticket d'ingresso, al city-pass al numero chiuso. Lei che ne pensa? «Personalmente sono contrario a qualsiasi biglietto d'ingresso, che trovo un po' triste per una città. Il problema non è vietare l'accesso ai turisti, che devono poter venire, ma cambiare il modello di città, offrire qualcosa di meglio e ad esempio mi sembra che la Biennale lo faccia egregiamente. Servono nuove forme di occupazione legata alla cultura e alla creatività applicata e politiche per sostenerle. Se ci saranno migliorerà anche la qualità del turismo e il suo rapporto con la città». Venezia si lamenta di essere poco assistita dallo Stato, da fuori la considerano, al contrario fin troppo assistita. Secondo lei i problemi della città debbono diventare anche europei, visto il suo cosmopolitismo? «L'idea che gli altri debbano risolvere i nostri problemi non mi piace. Venezia deve ripartire dalla sua comunità urbana, dai gruppi - che pure esistono e cito per tutti la sezione veneziana di Italia Nostra - che si battono per migliorare la qualità della sua vita. Lo Stato deve certamente sostenere Venezia e investire su di essa, ma di fronte a politiche e progetti mirati. Quello che la città, i suoi amministratori, la sua classe politica ha saputo produrre ed "esportare" sino purtroppo vicende come quelle legate alla recente inchiesta sul Mose, in cui si parla di 2 miliardi di fondi statali destinati all'opera "bruciati" per tutt'altri scopi. Se non si parte da qui, da una diversa consapevolezza e impegno da parte della comunità veneziana, diventa difficile salvare Venezia. Che non vuol dire - come teme qualcuno - ibernarla, e sottrarla a ogni trasformazione, ma operarla senza tradire il Dna di questa città. È un fatto di buon senso, prima che di regole».